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24.7.13

La quiete

La quiete. Si la quiete dopo ieri, che eri talmente tanto presa dalla spesa che hai lasciato le tavole alla coop. Si proprio alla coop, alla cassa, perché il cassiere era gentile, tu avevi mille cose in testa e hai lasciato le tavole li. Le tavole dell'esame, quelle che hai stampato poco prima, dove il corten era arancione fluo e una tavola nel formato sbagliato. Hai passato la notte in bianco perché te ne sei ricordata a mezzanotte che invece delle tavole sottobraccio, fuori dalla coop, avevi una baguette. E stamattina sono arrivati quelli dello spurgo, che non dovevano passare per la cucina, ma per il salotto e il balcone, dove avevi messo tutte le cose della cucina, a mucchi, per andare in giardino. Alle sette hanno suonato e tu avevi la faccia sconvolta. Alla domanda "dormiva?!" Hai risposto con un "si" secco, perché il cervello era ancora sconnesso. Poi sei anadata alla coop e tutta agitata hai chiesto di un rotolo di carta in una busta trasparente. Ti hanno indicato il box informazioni "una cosa tipo progetto?!" Si, una cosa tipo quella, che era appoggiata in un angolo e tu hai saltellato mentre le indicavi. Sei uscita fiera, tirando dritta verso la facoltà, con un'ora di anticipo. Ed ora la quiete prima e dopo la tempesta.

12/07/2013_

.S


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5.6.13

sapori perfetti

Mescolava ingredienti, miscelava farine e zuccheri, univa uova, lieviti, canditi, cioccolato, succo di limone, marmellate di ogni tipo, granelle, nocciole e mandorle, formaggi dolci, polveri e tanto altro. In poche parole faceva dolci.
Altre volte, invece, metteva sulla padella un semplice soffritto a cui poi univa erbette aromatiche come il timo, l'erba cipollina, la mentuccia, la menta o il basilico. Poi aggiungeva un piccolo pezzo di carne a rosolare, delle verdure a stufare, delle patate per farle dorare, un pesce minuscolo per renderlo unico.
Ancora amava fare dei sughi succulenti e gustosi. Con le verdure, con il pomodoro appena passato, con la conserva che faceva personalmente in casa nel mese di agosto. Tante bottiglie allineate che le avrebbero fatto comodo per tutto l'anno.
Aggiungeva sempre qualche spezia. Un sale aromatizzato, una foglia di basilico, un po' di senape, un goccio di tabasco.
Scolava la pasta e decorava il piatto con pazienza e gusto. Poi arrivava alla tavola apparecchiata e si metteva a mangiare con lentezza, assaporando un boccone dopo l'altro.
Affinava il suo palato con l'esperienza e la pazienza. Aspettando di creare il piatto perfetto, per poi passare a quello successivo. Inventando sapori, decorazioni, formule. Talvolta cercava ispirazione, altre volte era fantasia pura, senza alcun controllo, senza alcuna razionalità. E quelle erano le serate migliori.
Si perché cucinava sempre di sera. Quando era stanca ed un po' sfatta, ma si concedeva quel momento solamente per se.
Quella sera era più stanca del solito. Avrebbe voluto cucinare qualcosa di buono, qualcosa di perfetto, che le avrebbe risollevato la giornata e reso allegra la serata.
Ma ciò di cui aveva bisogno era solamente un po' di compagnia. Una persona a cui raccontare la sua stanchezza, con cui condividere la propria esperienza. Con cui alleggerirsi un po'.
In casa, come al solito, non c'era nessuno. Prese qualcosa dal frigorifero, si stese sul divano e sognò il giorno in cui avrebbe condiviso i suoi sapori (quasi) perfetti con l'uomo della sua vita.


tm ruadellestelle

13.5.13

I Love Mum

perchè sei una donna straordinaria...

perchè quando sorridi sei bellissima...

perchè riesci a tirar fuori il meglio di me...e a volte anche il peggio...

perchè sei un esempio...

perchè sei la mia mamma...

perchè quando ti chiedo “mi vuoi bene?” mi rispondi “eccerto! Sei mia figlia!”

perchè quando ti ho chiesto cosa bisognava ancora preparare per Natale, a tre giorni dalla Vigilia, mi hai detto “Tutto, aspettavo te!”

perchè mi hai eletta tua accompagnatrice per il giro di rito al cimitero...

perchè per me il giro di rito si chiama Tomba Tour, e adesso anche per te...

perchè all'ultimo Tomba Tour mi hai detto “Mancano gli zombi qui...”

perchè insieme hai partecipato al mio blog, con il progetto “A Quattro Mani” e mi manca farlo!

perchè appena qualcuno dice una parola inizi con una qualche canzone...

perchè fai delle battute pessime, a cui, quasi sempre, ridi solo tu...

perchè ti ammiro tantissimo, soprattutto perchè hai quella cosa che a me manca, si chiama Pazienza!

perchè mi sopporti quando vado in crisi per l'Università e ti chiamo piangendo in preda al panico...

perchè accusi la distanza che abbiamo, ma non lo dici mai...

perchè sei il mio ricettario umano, a portata di telefono...

perchè il sughino della mamma mi tira su il morale quando sono a Firenze...

perchè quando parliamo siamo sempre sincere...

perchè da te ho preso il peggio...anche se dici di non avere parti peggiori!!

perchè quando ero piccola mi disegnavi sempre le principesse...che a distanza di vent'anni sono sempre uguali...ma le adoro ancora...

perchè mi controlli su Facebook, e qualsiasi cosa ti racconto mi dici “ho letto!”

perchè sei tecnologica...a modo tuo...

perchè mi hai sempre supportata...

perchè a volte mi accenni discorsi imbarazzanti, e io vorrei buttarmi giù dalla macchina...

perchè facciamo dei giri infiniti...

perchè sacrifichi il tempo per noi...

perchè a volte mi chiami dicendo che vai a pranzo da papà, e mi commuovo a vedervi così dopo tanto tempo insieme...

perchè quando mi scrivi su Facebook prima mi saluti, almeno un paio di volte...

perchè non fai mai domande...anche se sei curiosa di sapere...

perchè ogni volta che inizio una nuova storia tu storci il naso...e se finiscono non mi lasci sola...

perchè il giorno della mia Laurea eri bellissima...

perchè sei una donna forte e coraggiosa...

perchè non ricordi mai il nome dei miei amici e delle mie amiche...

perchè per te Elisa di Ascoli è "quella da cui mi sono fermata a dormire mentre preparavo tecnica delle costruzioni" e Ludovica "quella che si è laureata con me"...

perchè mi dici sempre di andare dal parrucchiere ma io mi rifiuto...

perchè sei giovane dentro, sempre!

perchè mi manchi tantissimo...

perchè vorrei essere come te...

perchè quando qualcuno di noi ti fa arrabbiare, tu ci intimorisci con eterni silenzi...

perchè mi chiedi sempre come si fanno certe cose sul computer, anche se lo sai...

perchè non ti arrendi mai...

perchè se fossi la decima parte di te, sarei già una persona migliore...

perchè non nascondi mai chi sei...

perchè ancora vuoi migliorarti... (meglio di così? Non farci sfigurare tutti...)

perchè per quanti errori puoi credere di aver fatto, sei splendida, con una famiglia che, anche se ha e ha avuto i suoi problemi, è unita e meravigliosa...

perchè non voglio mai deluderti...

perchè ti voglio davvero bene..."eccerto, sei mia mamma!

perchè siamo più simili di quanto non sembri...



Alla mia Mamma straordinaria, perchè sì, la mia Mamma è Straordinaria...


.S

7.5.13

Il viaggiatore

Era arrivata la primavera. Lo sentiva persino nel piccolo appartamento dove viveva quasi rinchiuso. Fuori il cielo era ancora grigio e il sole stentava a venir fuori per riscaldare l'aria, ma lui sentiva dentro di se che era arrivato il momento di iniziare il nuovo viaggio. Ne faceva uno ogni anno, più o meno in quello stesso periodo. Lavorava da casa, perciò poteva facilmente organizzarsi e prendere qualche settimana di ferie. Nessuno gli avrebbe detto nulla, non almeno nella sua situazione. Preferiva partire in primavera, quando il caldo non era eccessivo, c'era meno folla e le persone sembravano cortesi e ben disposte.

Non progettava molto i suoi viaggi, li accarezzava. Come un piccolo scrigno pieno di avventure, preferiva pensarli, sognarli, ma non si metteva mai a tavolino per pianificare cosa fare e quando farlo. Decideva una meta. Cercava informazioni sulla storia del luogo, sui locali, sulle tradizioni e sul cibo, ma non l'albergo, un ristorante o un posto da visitare obbligatoriamente. Quando arrivava, se riusciva ad arrivare, si faceva guidare dal vociare della gente, dall'intensità e dalla bellezza degli odori.

Si, i suoi viaggi erano davvero unici. Partiva con uno zaino in spalla. Dentro c'era qualche vestito, una maglia pesante per le serate fredde, un sapone per la biancheria e un beauty strapieno. Non mancava mai la macchina fotografica, una vecchia compatta che andava ancora con la pellicola, da cui avrebbe sviluppato uno o due rullini da 24.

Il giorno della partenza, come da programma, usciva di casa con lo zaino e qualche soldo nel portafogli. Alla stazione saliva sul treno che lo portava fino al confine o poco oltre. Da lì continuava con mezzi di fortuna. Spesso faceva l'autostop o saliva su qualche corriera. Gli piaceva anche camminare, ascoltando i rumori della strada e gli odori portati dall'aria. Aveva modo di conoscere tante persone differenti. Osservava con attenzione gli accenti di tante lingue. Chiedeva ospitalità con fiducia nei paesi o nelle campagne. Raccontava la sua storia ed in tanti lo facevano dormire in casa per una notte o una settimana. Scattava foto quando era ispirato.

Alla fine giungeva alla sua meta. Di solito era una grande città dove poteva toccare le pietre dei vicoli e le facciate di cemento delle grandi costruzioni. Andava nei locali brulicanti che non trovava nella sua città, visitava i musei coi loro odori così innovativi, ballava alla musica delle piazze, beveva nelle strade insieme a persone sconosciute.

Alla fine salutava tutti, saliva su un treno o su un aereo e tornava a casa, con un bagaglio molto più grande nel cuore ed un paio di rullini da sviluppare. Al suo arrivo aveva lettere da scrivere e tanti contatti in più su facebook. Un po' di calore nel suo appartamento così scuro. A casa, quando le foto erano stampate, organizzava una cena e con aria sognante raccontava ogni singolo avvenimento con mille particolari.

Gli amici erano sempre sbalorditi. Non capivano come potesse fare quei viaggi così avventurosi, pieni ed intensi. Lui, che era non vedente.

 

@ruadellestelle

9.4.13

Possibilità

Poteva avere tutti i trofei del mondo, tutti i riconoscimenti erano alla sua portata. Poteva fare della propria vita quello che voleva. Non era stretta da alcun legame. Avrebbe scelto cosa fare domani, dopodomani o in un lontano futuro.
Poteva uscire a festeggiare con gli amici, ridere a crepapelle circondata da persone simpatiche, fare un viaggio intorno al mondo, decidere di collezionare monete o conchiglie, fare la ricercatrice o la giornalista, lavorare in fabbrica oppure in campagna, aprire uno studio, fare l’avvocato o l’architetto, vivere ancora con i suoi genitori o trasferirsi in un luogo lontano e ricominciare tutto da zero. Imparare un’altra lingua o altre cento, scrivere libri o dipingere quadri, prendere appunti o tenere tutto a mente, farsi guidare dalla razionalità o dalla passione, fare sport di ogni tipo o essere sedentaria.
Lo sapeva che toccava a lei decidere. Quella era la sua vita. Aveva mille possibilità. Tutte ugualmente entusiasmanti.

Quella sera era lì, seduta comodamente in riva al mare, con i piedi nella sabbia ancora fredda, i pantaloni lunghi, una maglietta e una giacca che la coprissero dal freddo.
Era esattamente nel posto dove voleva essere, nel momento giusto. Guardava la luna pallida e chiara che illuminava le onde che si muovevano senza sosta. Il rumore la cullava eternamente come quando era piccola.
Sentiva dentro di sé la calma che aveva tenuto lontano per molto tempo. Era vero, davanti a lei c’era tutto. Alle sue spalle il passato. Ma ora era nel presente.
La luna, la sabbia fredda, il mare in continuo movimento. E la calma nel cuore.
Era tutto perfetto.

Ci mise un secolo prima di lasciare quel posto. Ma aveva un bel sorriso quando si alzò.



Made in Ruadellestelle

6.4.13

6 Aprile

Non vivo davvero così lontano dal L'Aquila, almeno non abbastanza da non essermi svegliata di notte e aver avuto paura.
Ne ricordo diversi, di terremoti, nella mia vita, ma il posto in cui vivo è così. Ricordo chiaramente anche quello di Colfiorito, ma ero ancora troppo piccola per ricordarne il senso di inquietudine.

Questa volta è stato diverso, questa volta mi ha svegliata nel cuore della notte, questa volta mi ha fatto paura davvero, questa volta mi ha fatto capire il significato della parola 'Responsabilità'.

Non mi sono mai scrollata di dosso il senso di intorpidimento provocato dalla paura, ma credo che questa sia una lezione diversa da quella che voglio raccontarvi.

Non sono più andata a L'Aquila dopo il terremoto, non ho mai voluto vedere il luogo del disastro, quello che che doveva esserci ma non c'era più, la trovavo una mancanza di rispetto, un giro turistico superfluo. Lo pensavo finchè un anno fa, mentre preparavo la tesi, un mio professore ci propose di andare a L'Aquila per un progetto.
Si trattava di un viaggio di solo di un giorno, una domenica di Maggio calda e soleggiata, con il cielo limpido.
Ci aveva proposto di costruire un parco giochi con materiali di scarto, ferri vecchi, mattoni inutilizzati, vicino ad una scuola appena ricostruita, o meglio costruita, nuova, bianca e rossa, con il tipico stile di un edificio provvisorio e un standard.
Non ricordo il luogo esatto, ma ricordo perfettamente un altro edificio di nuova costruzione, forse a uno o due piani al massimo, colorato di azzurro, una sede scout, che a prima vista mi ha fatto sorridere.
Abbiamo passato l'intera mattina e il primo pomeriggio a dare colore a questo posto scarno, abbiamo creato giochi che nessuno avrebbe usato mai, ma che rendevano quella piccola piazza meno triste, la facevano sembrare meno uno slargo di cantiere e più un nucleo da vivere.
Non eravamo lì per giocare, eravamo lì con un messaggio preciso, volevamo mostrare come è possibile ricostruite anche se tutto quello che rimane sono frammenti di qualcosa che prima aveva un'altra forma.

(Avevo con me la mia macchina fotografica, ho scattato molte foto che, ahimè, sono attualmente disperse chissà dove, non sono affatto una persona metodica e ho dimenticato di metterle sul pc.)

Il pomeriggio, finita la parte ludico-creativa, siamo arrivati li, nel centro.

Un tuffo al cuore, mi è mancato il respiro.

La casa dello Studente. Sembrava avessero messo lì una vecchia istantanea del dopoguerra. Era tutto ancora al suo posto, con armadi e tavoli ancora lì, tutto, tranne una parte dell'edificio che avrebbe dovuto esserci.
Credo che molti di noi abbiano pianto, tutti per motivi diversi, alcuni perchè hanno rivissuto i momenti tragici raccontati da chi ce l'ha fatta, altri per quello che ha causato il crollo di quella parte di edificio, altri ancora perchè chi non ce l'ha fatta era esattamente come noi, giovani in cerca di un futuro e di un posticino in questo mondo tremendo.
Il professore non parlò molto, non c'era quasi nulla da dire, se non qualcosa che mi colpì e che mi rimase impressa dentro

"Ci saranno molte case dello Studente, e la Responsabilità è la vostra."

Credo che tutto questo, il luogo, la sensazione di quella notte, la verità dietro la tragedia, quell'Angelo in cemento e legno che vigila davanti alla Casa dello Studente, l'aria gelida che soffiava dai portoni spalancati degli edifici semi distrutti e abbandonati, tutto questo mi abbia spinta a pormi mille domande su quello che vorrei fosse il mio lavoro, su quanto siamo consapevoli di avere tra le mani la responsabilità della vita degli altri, e su quanto affrontiamo con leggerezza tutta la questione sicurezza, con la scusa che nulla di ciò che progettiamo da studenti sarà mai realizzato.

Ogni volta che penso a L'Aquila penso ad una città ancora bellissima che, nonostante tutto, cerca di farcela, agli abitanti che ancora si indignano per essere stati dimenticati dalle promesse di tutti, a quei nastri annodati, uno per ogni vita spezzata, a quei mazzi di chiavi lasciati sulle inferriate di sicurezza, uno accanto all'altro, che aprono porte di case non più esistenti, a chi non ha fatto il suo dovere e ha chi lo ha fatto, con molto coraggio.

Tutto questo, in ogni minimo dettaglio, è radicato dentro me e nel mio modo di vedere il mio lavoro.
Forse ho capito cosa vuol dire "Responsabilità".

Per non dimenticare, 6 Aprile 2009 - 6 Aprile 2013

.S

19.3.13

"All'uomo che ogni figlia vorrebbe sposare, ma più giovane"

Non ho mai sognato di ballare da piccola sui tuoi piedoni grandi.
Non ricorderò mai se l'ho fatto oppure no,
ma ricorderò sempre quando mi portavi a lavoro con te, quando mi chiedevi la chiave inglese e io giocavo con quella tremenda matassa di canapa, con lo scotch bianco che non appiccicava (perchè era un nastro per le giunture) e con le tue matite giganti,
ricorderò il profumo dei cantieri,
la prima volta che mi hai portata in quel cinema di Firenze in cui lavoravi e mi hai spiegato come funzionavano quei grandi condizionatori sul tetto,
quando mi hai chiamata che eri uscito dal pronto soccorso vicino Perugia ma non dovevo dirlo a nessuno, neanche alla mamma,
quando mi dicevi che siamo uguali,
quando terrorizzavi tutti i fidanzati facendo il duro,
quando mi portavi a pranzo o cena fuori perchè eravamo soli e senza voglia di cucinare,
quando quella volta, di mattina, mi hai chiuso a chiave dentro casa perchè pensavi non ci fossi,
quando ti ho chiamato per dirti che avevo passato l'ultimo esame e che mi sarei laureata ed eri commosso,
quando mi sono laureata e mi sono sentita orgogliosissima di quello che mi avete dato,
quando mi dicevi che in Molise fanno un Traminer buonissimo, come quello del Trentino, ma con più sole,
quando abbiamo litigato tremendamente perchè tu le bugie non vuoi dirmele,
quando sei venuto a trovarmi con la mamma e io ho detto "non partite" tu mi hai risposto "torna con noi...",
quando quella mattina mi hai chiamata prestissimo solo per dirmi che il bonifico me lo facevi a mezzogiorno,
quando l'altro giorno mi hai scritto e facevi il filosofo dicendo "che il lavoro nobilita" mentre io mi lamentavo,
quando oggi mi hai risposto a quel messaggio che avrei voluto dirti per telefono ma che il magone ha bloccato in gola,
quando mi ripeti che per fare l'architetto devo prima fare il muratore,
quando dici che gli architetti vanno uccisi da piccoli, perchè poi fanno danni,
quando non mi capisci e io non capisco te,
quando ti dico "che vuoi per cena" e tu vorresti strozzarmi,
quando fai il vecchietto sul divano con la mamma il mercoledì sera,
quando torni a casa con qualche stranezza tecnologica,
quando urli al telefono con il call center, tanto che potrebbero sentirti senza telefono anche in India,
quando dici "Porto fuori tua madre" e io mi dico che vorrei un uomo come te,
quando senza mezza misure mi chiami "pacca di lardo" e io mi sento davvero leggiadra come una fata,
quando ridi vedendomi rientrare dalla porta tre secondi dopo essere uscita, chiamando il pianerottolo di casa "il pensatoio,
quando ti chiamo e ti dico le cose e mi rispondi dicendo "non ti stavo ascoltando",
quando dici che a casa tua è tutto al femminile, anche il gatto, e non solo,
quando sorridi,
quando sei marito, padre e nonno tutto nello stesso momento,
quando torni a casa e sei di pessimo umore e lo fai notare a tutte,
quando sei tu, unico e bellissimo (più o meno).

All'uomo che ogni figlia vorrebbe sposare, ma più giovane, magari con qualche capello in più, e qualche chilo in meno, magari bello e fascinoso, ma solo fuori, perchè dentro dovrebbe essere come esattamente lui, come papà.

Auguri al mio di papà, ma anche a tutti quei papà che ci faranno sempre sognare di ballare sui loro piedoni grandi o che ci porteranno in cantiere.

.S

12.3.13

Il Torsosnello e i Filiponti

Sulla collina il sole sorgeva ogni giorno dolcemente riempiendo di tenui colori tutta la vallata. Un grande torsosnello la dominava, annunciando l'arrivo di una nuova giornata. La sua chioma era ampia e voluminosa, di un verde acceso in primavera, rossastra in autunno e violacea in inverno. I rami nodosi si disperdevano ai quattro angoli del cielo, tesi verso l'infinito.
Una sera d'autunno una coppia di fliponti si appollaiò stancamente su uno di essi. Erano alla ricerca di un nido per il loro amore. Il torsosnello scostò una fronda e mostrò loro una nicchia nel tronco dove sarebbero stati al caldo per l'inverno. I due ringraziarono con un profondo inchino e si diressero al riparo dove trovarono rametti e cibo.
Fu un autunno lungo, pieno di colori romantici e tempo per arredare la nuova casa. Usarono foglie di ogni tipo e le loro penne, mentre il torsosnello portò in regalo un cuscino di piume d'oca ed un piccolo lume per le serate romantiche.
L'inverno arrivò tardi ma non fece mancare il freddo. Nelle giornate tiepide i fliponti andavano in cerca di cibo, in quelle più fredde rimanevano al chiuso, presi a coccolarsi. Lei amava le storie d'amore che lui le raccontava mentre lui si lasciava coccolare dai suoi racconti di tragiche eroine medioevali. Ogni tanto ricevevano amici, altri coinquilini che quel magnifico albero ospitava fra i rami. Un paio di volte ci furono feste con suoni e danze al lume di candela.
Con la primavera arrivò una gradita sorpresa: il nido ospitava due uova. Lei le covava con dedizione e amore, lui si dava da fare per non farle mancare nulla. Era orgoglioso e felice, mentre i campi diventavano sempre più verdi, il sole più caldo e l'aria più odorosa.
In una notte magica, quella in cui i fosconi delle andurie che vivono alle radici del torsosnello cantano stupende canzoni d'amore, le uova si schiusero e nacquero i due piccoli fliponti e fu tutto un pigolio. Anche dagli altri nidi, magicamente, si levarono voci nuove. Decine di uccelli maschi si gettarono ai piedi dell'albero per prendere i fiori canterini che si facevano cogliere per fare serenate alle neo mamme. I pulcini pigolavano, i fiori cantavano, i maschi stringevano le proprie femmine con amore e più di una lacrima luccicò in quella sera di vita.
Non c'era tempo per dormire. Dopo qualche ora i nuovi papà si ritrovarono su un grande ramo. Chi beveva qualcosa, chi parlava, tutti ridevano e sorridevano. Le mamme avevano una nuova luce negli occhi.
Quella primavera trovò il torsosnello che pullulava di vita. Gli scoiattoli andavano su e giù per il tronco,fliponti, elifonti e mercegalli riempivano i nidi, oltre che altre decine di uccelli e specie di vita molto differenti.
L'albero cercava di nutrire tutti, cullava i pulcini con le sue grandi foglie e giocava con loro. Nei giorni di pioggia si ripiegava in se stesso creando dei ripari. Quando i piccoli erano ormai cresciuti, iniziarono a darsi appuntamento in una zona verso la cima della pianta dove la sera si potevano ammirare romantici tramonti e cantare a squarciagola senza disturbare nessuno.
La notte, al canto dei gufi, tanti andavano in coppie sui rami più lontani a guardare le stelle e rimanere abbracciati.
Con l'estate gli amori si erano fatti più caldi. Si cercava un po' di frescura al lago e ci si presentava alla famiglia.
Poco prima dell'autunno gli abitanti del torsosnello ripartirono, tutti insieme. Pulirono il nido per gli ospiti che sarebbero arrivati, si salutarono e volarono via, ognuno per la propria destinazione.
In uno stormire di ali infinito, la stagione era terminata.
Il torsosnello si sentì un po' solo. Sgranchì rami e foglie, si pettinò. Decise che aveva vissuto in quella valle per troppo tempo. Tirò su le sue radici e decise di andare in un posto più freddo, che quell'anno aveva voglia di neve, colori più intensi ed un bel camino acceso.

13.2.13

Il torsosnello

Il torsosnello è un albero dei più strani. Da lui non sai mai cosa aspettarti. E' capace di ospitare decine di famiglie di uccelli fra i suoi rami creando condomini di nidi ben organizzati, far fiorire nei pressi delle sue radici degli odorosissimi cimerli bianchi e i pregiatissimi fosconi delle andurie che per una notte all'anno cantano canzoni d'amore e recitano poesie con un fil di voce, capaci di far sciogliere anche il più duro dei cuori.

Il torsosnello può avere tante dimensioni. Può crescere a dismisura verso l'alto o rimanere piccolo come un bonsai e diffondere un leggero profumo di violetta. Alle volte piega i suoi rami per fare ombra dalla calura estiva ai viandanti che si riparano sotto di lui, ma può anche dare vita ad un dolce vento primaverile o riparare dalla pioggia intrecciando appositamente rami e foglie. A chi gli è più simpatico regala oggetti di ogni tipo che nasconde fra le fronde o frutti in tutte le stagioni. Alle volte banane, altre volte mele e pere, le sue preferite, ma anche arance e fragole.
L'ho detto, il torsosnello è imprevedibile. Bisogna fare attenzione a stargli antipatico. In questi casi è capace di scrollare litri d'acqua lungo la schiena in una giornata fredda, tirare bucce di banana sull'asfalto e noci di cocco in testa. Toglie l'ombra nei giorni di sole o ferma il vento nei giorni afosi.

Una volta dei bambini chiamarono un torsosnello in loro aiuto perché un vecchio rancoroso non li faceva giocare nel cortile del palazzo, affacciandosi e urlando ai quattro venti. L'albero si travestì da tiglio e andò a sistemare la situazione. Il vecchio ci mise un po', ma dopo una settimana smise di urlare e comprò un pallone nuovo ai ragazzi, fissò un paio di porticine ai muri e chiese al portinaio se si poteva fare qualcosa per quelle fastidiose buche sul selciato. Lo videro nascondersi sotto il tiglio a ridere e chiacchierare. Qualcuno pensò che aveva perso la bussola, ma in realtà aveva conosciuto un nuovo amico. Puliva la panchina per gli innamorati e le signore con le carrozzine, offriva il tè freddo per ripararsi dall'arsura e sorrideva molto più di prima.

Trovare e riconoscere un torsosnello è praticamente impossibile se lui non vuole. Sia perché è abilissimo nei travestimenti, sia perché non esistono sue foto o disegni per descriverlo. Non compare nei libri di botanica e, per sua scelta, nemmeno nei documentari del National Geographic.

Si racconta che ogni anno sotto natale, un gruppo di torsosnelli appositamente addestrati si travestono da alberi di natale. Si truccano con festoni, palle colorate, rinverdiscono i propri colori come se fosse primavera e si piazzano nelle case dove i bambini più poveri non hanno nemmeno un piccolo albero di plastica. La notte del 24, magicamente, sfoggiano doni di ogni tipo. Giocattoli, morbidi peluche, bambole, trenini e piccole marionette per ogni età. Ai più grandi regalano cesti di frutta, salami, pane caldo e una speranza per un futuro migliore.
In fondo il torsosnello è fatto così, non può tirarsi indietro quando vede qualcuno in difficoltà. La sera del 25 prendon su e scompaiono in un baleno.

#ruadellestelle

4.1.13

Fra i monti

C'è chi riesce a percorrere tutta la vita la stessa strada, coccolato dalla sicurezza della routine. Giulia non era quel tipo di persona. Si sentiva oppressa quando non poteva ascoltare il suo cuore.

Quel vecchio paio di scarponi che erano ai piedi del letto l'avevano accompagnata lungo la strada. Era come se potessero parlare. I lacci logori, la suola consumata, i piccoli buchi sui fianchi. Li teneva sempre vicino, pronti all'uso.

Amava la montagna e amava passeggiare, mettersi alla prova, fare lunghe camminate che agli altri sembravano interminabili. Ma non era una questione di fisico. Cercava di raggiungere se stessa, testare i propri limiti, i propri confini. Adorava conoscersi a fondo, sapere chi fosse, dove stesse andando. L’aria pura, la fatica fisica, il cielo sopra la testa, la facevano sentire leggera ed entusiasta.
Arrivare sul punto più alto e sapere di avercela fatta. Era tutto li. Guardare verso il basso, verso quei pochi amici che la accompagnavano o verso la vallata che giaceva immobile eppur brulicante ai suoi piedi. In quei momenti si sentiva capace di tutto. E tutto aveva voglia di fare.
Purtroppo c'era il lavoro, ogni giorno. Ritmi noiosi e ripetitivi, soffocata in una città tentacolare che non le dava amore, soddisfazione, pace.

Poi arrivò quel giorno, che sembrava scritto sulla pagina del suo destino come impresso sull’albero maestro di un veliero. Era partita da sola per un'escursione mentre gli amici erano indaffarati a preparare pacchetti natalizi.
Ugualmente non si era arresa, aveva preso lo zainetto, i soliti scarponi e una macchina fotografica che aveva acquistato a poco prezzo. Aveva pensato di iniziare un nuovo sentiero, mai percorso prima. Voleva una cima nuova, stavolta. Camminò per tre ore prima di fermarsi la prima volta solo per bere un po‘ d’acqua e mangiare una tavoletta di cioccolato. La neve rallentava il cammino. Aveva pensieri per la testa, sempre i soliti. E si sentiva sola. Ce la mise tutta per arrivare in cima ma si accorse tardi che stava facendo buio. E al buio, in montagna, ci si perde facilmente.
Non aveva il telefono con sé per non disturbare la natura e in ogni caso non voleva chiedere aiuto come una principiante. Doveva cavarsela da sola.
Iniziò la discesa ma dopo un’ora aveva definitivamente perso la strada. Vedeva le luci della valle tremolare sotto di lei. Scese ancora, ma il senso di smarrimento aumentava.
Fu in quel momento che vide una luce non troppo lontana. Una piccola baita di montagna che sembrava a portata di mano. Nel buio riusciva a distinguere il profilo di una casa in legno e muratura e una stalla dietro di essa. Le sembrava di sentire dei muggiti. Decise che doveva provare, per non pentirsene.
Così conobbe Marc. Era nella stalla e stava curando le mucche, le capre e i piccoli conigli. Alto, con una barba castana, una camicia pesante e dei pantaloni logori. Viveva lì da alcuni anni. Gli mostrò gli animali e glieli fece accarezzare. Giulia sentì addosso quel profumo di natura che non avrebbe dimenticato. Marc era taciturno, forse poco abituato a parlare. Ma sapeva farsi capire benissimo. Pensò che sapeva farsi sentire.
Dopo aver finito nella stalla, la accolse in casa e le offrì un decotto caldo di erbe e una parte della sua cena. Lei accettò volentieri, con gli occhi che vagavano fra le scarne pareti di quella baita così calda. Marc si cambiò e l’accompagnò in paese. Gulia non sapeva cosa fare, come ringraziarlo. Se sarebbe bastato un grazie, se sarebbe stato opportuno invitarlo un giorno per una cena in città. Ma sembrava tutto così scontato e così povero in confronto a quello che lui le aveva inconsapevolmente regalato. Cosa puoi dire ad un uomo che sembra intagliato da un tronco d'albero?
Lo abbracciò forte, senza una parola.

La settimana dopo Giulia si ripresentò da Marc, anche se non fu affatto facile ritrovare la baita. Aveva uno zaino più capiente, un maglione pesante, un po’ di cibo per la cena. Arrivò alla casa, andò a salutarlo fugacemente nella stalla e si diresse in cucina. Appese un piccolo quadro in un angolo con il disegno di una mucca stilizzata ed iniziò a preparare la cena. Ce la mise tutta, anzi ci mise tutto quello che sentiva dentro. Solamente dopo un’ora ebbe il tempo per distrarsi un attimo, lasciò i fornelli e andò verso il tavolo per apparecchiare. Lì vide un piccolo vaso, con una stella alpina ed un biglietto. Sopra c'era scritto: “Da sette giorni ti aspettiamo. Prenditi cura di noi” e una M come firma.
Rimase senza fiato per qualche secondo. Poi iniziarono a scendere calde lacrime sul suo viso. Finalmente aveva trovato casa.

Adesso la stella alpina è incorniciata in un quadro. Ogni mattina, quando si alza dal loro letto caldo, Giulia la guarda, ricordando quanta felicità riempie il suo cuore. Va in cucina, prepara la colazione e la porta a Marc, ovunque sia a lavorare. E per un lungo istante si guardano negli occhi.

#ruadellestelle

2.1.13

Caro 2013...

...per quest'anno vorrei...


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Più o meno così, la notte di capodanno, ho salutato il nuovo arrivato, Cari amici, ho fatto una piccola lista di cose, molto meno materiali di quanto non pensassi, e mi sono fissata nella mente tutto quello che vorrei costruire e vivere in questo nuovo anno.

Quanto tempo è passato dall'ultima volta che ci siamo sentiti?! Troppo, vero?!
Ho alcuni post scritti che stanno li a prender polvere, ad aspettare qualche colpo di vento per rinfrescarsi e venir pubblicati.
Vi chiedo scusa, ma con l'arrivo del nuovo anno ho deciso di smettere di fare promesse che non posso mantenere, non vi prometterò di tornare più spesso, di scrivere di più, perchè se non ci riesco è solo più triste. Allora vi "non-prometto" che troverò nuove cose da raccontarvi, questo posso farlo, ne sono sicura.

Ma passiamo a fare un bilancio dell'anno trascorso.
Per questo 2012 avevo scritto una lista di 5 buoni propositi, sono davvero felice di averne raggiunti un paio, aggiustato uno e tralasciato un altro, sono meno felice di tutto quello che è intercorso tra uno e l'altro proposito, i cambiamenti improvvisi e i momenti tristi. È stato un anno che ho salutato senza neanche un po' di magone, come quello per le belle vacanze finite, mentre sei sulla strada nel ritorno. Già, niente di tutto questo! Anzi, sono quasi sconvolta dall'entusiasmo per l'arrivo di un anno nuovo, in una nuova città, con nuove avventure, nuovi volti, nuovi sorrisi.

E allora, caro 2013, per quest'anno vorrei che tu facessi il tuo, perchè io farò il mio, e solleticherò l'ottimismo e la sorte, chissà!

E voi, amici cari, avete chiesto a questo anno di collaborare?! Avete fatto un inchino al tempo chiedendo di trotterellare anziché correre?!
Allora vi auguro un nuovo anno inimmaginabile, movimentato quanto basta a farvi sentire vivi, ma abbastanza tranquillo da non mandarvi ai pazzi, Auguri, perchè quello che arriverà sarà un po' fortuna, un po' amore, un po' forza di volontà, e un po' perchè ve lo meritate!!

Vi abbraccio come se dovessi recuperare tutti i post non scritti.
S.

P.s. A causa delle festività, dei ritmi lenti che ci siamo imposti in questo nuovo anno, visto che ieri era martedì, ma anche il primo dell'anno, abbiamo deciso di posticipare l'uscita del racconto di Gennaio, ma di poco, non temete.

4.12.12

la pioggia

Si era chiesto fino ad allora a cosa servissero i mercoledì pomeriggio. Stavano lì, nel mezzo della settimana e non riusciva a viverli in alcun modo. Era sempre al lavoro, sotto un cielo di lamiera a smuovere sacchi pesanti. Un lavoro fisico, che gli induriva i muscoli ogni giorno di più e lo faceva dormire pesantemente la notte. Doveva molto a quel lavoro. Era arrivato in quella città meno di un anno prima, non conoscendo nemmeno una parola di italiano. Eppure aveva voglia di lavorare, e ne aveva bisogno.
Aveva iniziato con quello che capitava. Non voleva lavori illegali, ma nei primi tempi si era adattato a vendere le rose la notte, gli accendini e i calzetti il giorno. Aveva messo da parte qualche spiccio, trovato una camera con qualche altro straniero e si era impegnato a imparare la lingua. Comperato un vestito nuovo, si era presentato nelle fabbriche. Dopo qualche tentativo, aveva trovato il suo posto. Era un buon lavoratore e nonostante il colore della pelle, aveva fatto amicizia con gli altri operai. I proprietari della fabbrica si fidavano, lo pagavano regolarmente e quei soldi erano preziosi. Aveva cambiato appartamento, sempre rimanendo in periferia, ma i suoi nuovi coinquilini erano meno numerosi e più puliti.

Ogni giorno di lavoro era un passo in avanti verso il suo sogno.

Quel mercoledì era una giornata particolarmente calda. Niente in confronto al caldo del suo paese. Ma c'era una strana elettricità nell'aria.
In casa non c'era nessuno. Il frigo era quasi vuoto e da bere c'era solo acqua di rubinetto. Se ne versò un bicchiere. Aveva sete e si era appena alzato. La maglietta che indossava come pigiama era zuppa di sudore. Si sedette sul tavolino della cucina a guardare due vecchie foto. La prima raffigurava una donna abbondante, anziana che in un vestito nero debordava dignità e allegria. Gli occhi erano scuri e fieri, pieni d'orgoglio. Nella seconda foto c'era una donna più giovane e snella, con un bel vestito colorato a strisce orizzontali che ne fasciava i fianchi. I capelli neri e crespi erano raccolti con una fascia di cotone e il sorriso le faceva brillare gli occhi.
Erano le donne della sua vita. Sua madre e sua moglie. Erano le ultime due persone che gli erano rimaste, dopo che il padre ed i fratelli più grandi erano o morti o scomparsi, inghiottiti dal mondo. Viveva per loro, per la donna che gli aveva donato la vita e quella che gli aveva donato l'amore. Un anno prima, quando era partito, lo aveva fatto per restituire qualcosa per i doni che aveva ricevuto.
Stava mettendo da parte i soldi per farsi raggiungere, non ne mancavano molti.
Era tanto che non vedeva i loro visi.Telefonava, scriveva lettere e si informava su come andavano le cose dalle sue parti. La madre e la moglie vivevano insieme, in una piccola casa in una piccola città. In poco tempo sarebbero arrivate da lui, per stare insieme in un piccolo appartamento di una piccola città.
Sollevò la testa dalle foto, sentiva il cuore gonfio. Allargò le narici e odorò l'aria. Sembrava stesse per piovere. L'odore di umidità era forte, si sentivano dei tuoni in lontananza, il cielo era diventato color piombo. Si avvicinò alla finestra per vedere le prime gocce cadere sul selciato. Dalle sue parti quella pioggia era una benedizione dal cielo. Le terre arse le aspettavano per mesi, chiedendo un po' di vita, poi per qualche settimana non faceva altro che piovere a dirotto.
Anche lì dove viveva ora, quell'acqua era molto attesa. Iniziò all'improvviso. Gocce grandi e abbondanti che in pochi minuti formarono una parete attraverso la quale era impossibile vedere.
L'acqua puliva tutto. Le strade polverose, le aiuole, le macchine arrugginite, i marciapiedi pieni di cartacce e foglie. Guardava quella scena così viva e così strana che gli procurava gioia. L'acqua iniziava a riempire le strade, i marciapiedi erano dei piccoli fiumiciattoli ed in un minuto i tombini erano intasati, formando delle grandi e larghe pozze in cui le macchine navigavano lentamente alzando ondate di fango. Dalla sua casa partiva una lunga scalinata in discesa. Ad ogni ripido gradino l'acqua aumentava di portata, potenza e velocità. Alla fine una gigantesca cascata riversava il suo contenuto sulla strada.
Si tolse la maglia, si passò una mano sul viso, lentamente. Si avvicinò alla porta e l'aprì. Guardò per qualche istante fuori, respirando quella nuova aria umida e più fresca. In lontananza alcuni anziani armati di pale cercavano di liberare i tombini e far defluire l'acqua. Fece un passo verso la scalinata ed iniziò a sentire le grandi gocce infrangersi sul suo corpo e rinfrescarlo. Guardò il cielo e si sentì un po' di più vicino a casa. Le sue donne gli mancavano.
Decise di uscire e godersi quel momento.

#ruadellestelle

1.12.12

Ed è già Dicembre

Così pare, amici carissimi,
il freddo inizia a farsi pungente, le vetrine si illuminano di oro e si addobbano di rosso, le montagne, che amo alla follia, iniziano ad assopirsi sotto un manto candido e delicato.

E' arrivato Dicembre, con la corsa contro il tempo per il Natale, con la fretta di organizzare le ultime idee, con il piglio di chi mette un altro anno in un qualche cassetto della mente, pronto a tirar fuori un vestito nuovo con cui avvolgere il nuovo in arrivo.

E visto che si corre, che si va di fretta, si passa poco tempo a guardare e troppo a sbuffare, vi regalo due motivi per allentare i ritmi e fare un gran respiro, magari con un bel sorriso che sicuramente ci illuminerà il volto.

Il primo motivo è un calendario dell'avvento tutto particolare, che ci aiuta a preparci bene non sono al Natale, ma anche a tutto quello che avverrà dopo il 31 Dicembre. L'idea è di quella meravigliosa creatura, tutta energia e parole, che conosciamo da un bel po'. Sì, proprio lei, Zelda, che anche quest'anno ci propone "P'tit", con tante nuove regole ed un tema bellissimo: L'attenzione alle piccole cose. Adoro!!
Se state cercando qualche regola la trovate qui, mentre qua potrete vedere la meravigliosa galleria di tutti i partecipanti!
Quest'anno mi impegnerò tantissimo, voglio davvero riuscire a trovare una piccola meravigliosa cosa ogni giorno, o quasi! Allora? Partecipiamo???

Il secondo motivo è un calendario (lo trovate a questo link!), sì, uno vero e proprio, fatto a posta per voi, con tanta cura, perchè i doni devono essere fatti con la giusta attenzione. Questo mese vi regalo il calendario di Dicembre, con due delle mie foto preferite tra quelle scattate ieri, che ritraggono le mie amatissime montagne innevate, giusto per dimenticarle.
Mi trasmette molta calma, che di questi tempi non si disdegna mai, no?|
E' un calendario molto prezioso, perciò custoditelo con cura!!

[caption id="attachment_1226" align="aligncenter" width="300"]Calendario Dicembre 2012 Calendario Dicembre 2012[/caption]

Che dire, carissimi amici, Dicembre sarà un mese lungo, di feste, bilance e bilanci, perciò carichiamoci come delle molle impazzite, perchè poi, per questo 2012, abbiamo finito!

Vi stritolo in un abbraccio come se non ci fosse un domani Amici, perchè l'entusiasmo mi sta facendo impazzire, e non poco!!
.S

28.11.12

"Could be raining." (cit.)

Oggi mi sento, cari Amici, il Professor  Frederick Frankenstein.

Avete presente quella scena in cui il Professore e Igor tirano fuori la cassa dalla buca? Fa più o meno così...
- What a filthy job!
- Could be worse.
- How?
- Could be raining.

Mi è mancato pronunciare la mia frase preferita "Potrebbe Piovere!" solo perchè la giornata è stata così difficile che me ne è mancato il tempo! Ma sarebbe stato il colmo visto che ora, qui a Firenze, piove e non poco. Una di quelle cose che definiresti "Diluvio Universale", senza parafrasare!

8.11.12

Follia, Innamoramenti e Altri Eventi_ From Florence with...

Buon Giovedì e buon giorno di Puro Riposo, carissimi amici Internauti!
Sono una giovane, fortunata, in fase di rilassamento e nuove scoperte, Disgraziata, di quelle con la "D" maiuscola, di quelle che ti promettono che "le cose cambieranno quest'anno", quelle che "vi farò vedere tutti i nuovi progetti", quelle che "ah, sono proprio partita con il piede giusto", e invece non si fanno vedere per molto tempo, se ne stanno con i lucciconi agli occhi a vedere come le cose cambiano rapidamente, lontano dai posti in cui si potrebbe narrarli.

Non che sia un male, per carità, ma poter condividere certe emozioni, certe novità, certe speranze, rende tutto più vivido e motivato, e motivante!

E allora approfitto di questi giorni di vacanza che mi sono concessa, lontano da tutto e da tutti, al freddo, per riflettere con chi leggerà su queste due settimane di follia, innamoramenti e altri eventi. Già, perchè in pochi giorni ho imparato ad innamorarmi della mia nuova casa, della nuova gelida ma accogliente stanza che custodisce i miei tesori e i miei sonni profondi, di quel giardino che si vede fuori dalla finestra, del verso di qualche strano uccello che a volte si sente la mattina (e che ti butta giù dal letto), di quello scorcio di cupola che vedo ogni volta che mi avvicino al centro, di quel locale in cui il Ramen è da leccarsi i baffi, di quella meravigliosa Biblioteca in cui la cultura la fa da padrona tra libri, ispirazione ed eventi.

E' così che sono andate le mie prime due settimane, allegre, concitate, esplorative, malinconiche, temerarie. Ci sono stati anche momenti incerti, agitati, "no", cupi, ma tutto ha reso le giornate uniche e vissute appieno.

Ho pronto, da qualche parte, un post sulla Biblioteca di cui sono diventata amante impazzita, ma aspetto che un paio di foto siano pronte, prima di parlarvene. Di cosa parlo? Bhè, ho riesumato da qualche parte una vecchia e bellissima macchina fotografica analogica, tipo una "compattina" ma con rullino, contascatti e incognite, sì, proprio incognite, perchè ti finisci un rullino in un baleno, e non hai idea di cosa sia venuto fuori. Non sto nella pelle di vedere cosa ne è venuto fuori.

E nel frattempo cerco di mostrarvi gli ultimi traballanti scatti, perchè il mio caro telefono non vuole più saperne di far vedere lo schermo, e tra uno scatto alla cieca e un gesto di rassegnazione, la mia sete fotografica non è stata sedata e il risultato è decisamente discutibile.

 



 

Che ne dite? Pessime vero?! Stiamo ad aspettare, con tantissime speranze che qualcosa migliori.

Ah, mi raccomando, vi dico una parola che dovrete cercare di ricordare, potete farcela? "Arbres" mi raccomando, è questione di novità!!

.S

6.11.12

la bambola spagnola

La piccola bambola di pezza era lì, poggiata sul letto. Era una bambola semplice, delicata con la sua pelle di coccio e i suoi vestiti chiari. I capelli marroni erano radunati sotto un ampio cappello rosa. Le sembrava impossibile che quello fosse stato un regalo di suo marito. Erano passati anni da quando Mike le aveva dato quel pacchetto da scartare. Ancora ricordava quel momento.

L'odore di salsedine, la sabbia sotto i piedi e quel vento freddo che cercava di entrare sotto il maglione pesante da uomo che indossava. Era un sabato mattino. Mike era tornato a dormire a casa, a notte fonda. Lei si alzò presto, in silenzio, per rigovernare la casa, come faceva ogni giorno, che lui ci fosse oppure no. Non aveva fatto alcun rumore, ma lui si svegliò ugualmente, lentamente, senza fretta. La raggiunse in cucina dove stava rassettando. Non lo aveva visto, percepì semplicemente la sua presenza. Era un uomo grande e grosso e molto probabilmente oscurava il sole ovunque passasse.Lei non disse nulla ma iniziò a preparare il caffè, lungo e bollente, e quei biscotti secchi che piacevano al suo uomo.Lui si accomodò sulla sedia buona del tavolino quadrato della cucina, una sedia che comunque faceva fatica a sostenere il suo peso.Fecero colazione insieme, quasi in silenzio, scambiando sguardi intensi. Lui si alzò, la guardò negli occhi, le prese la mano facendola alzare. Le carezzò la nuca, dolcemente. Le mani di lei si intrecciarono sul petto di lui, stringendo i muscoli. Si scambiarono un bacio appassionato. La sua pelle era sapida, i suoi muscoli erano tesi, il corpo di lei era in attesa spasmodica da molto, troppo tempo.

Più tardi tornarono in cucina. Lui le sfiorò una spalla, facendola rabbrividire ancora una volta. La sua bocca si avvicinò al suo orecchio e le propose sottovoce di andare a passeggiare sulla spiaggia. Era una strana richiesta, la sua. Non voleva mai andare al mare con lei. Lavorava tutti i giorni dell'anno su una barca e quando stava a casa non voleva nemmeno avvicinarsi all'acqua. Le loro brevi e fuggevoli vacanze erano sempre in altri luoghi. Ma quel giorno voleva andare a passeggiare in riva al mare. Per lei era sempre un'idea piacevole. Una camminata in un luogo speciale, così stranamente romantico. In inverno spesso camminava da sola lungo la battigia, guardando le onde morire sulla sabbia, sperando di riuscire a vedere la barca di Mike al largo, sperando di vederla rientrare presto in porto. Non accadeva quasi mai e lei tornava ancora il giorno dopo.

Andarono sulla spiaggia, Mike con un pacchetto chiuso con lo spago sotto il braccio e lei con la sua maglia di lana indosso. La giornata era nuvolosa, l'orizzonte grigio non prometteva nulla di buono. Tirava un'aria fredda e il mare era mosso. Sugli scogli la schiuma disperdeva la sua forza in tanti flutti più piccoli.

Camminarono a lungo, abbracciati e stretti per tenersi caldo. Una ciocca di capelli sulla fronte non la smetteva di ricaderle davanti agli occhi. Parlarono di tutto tranne che del mare. Quello era lì accanto a loro e dentro Mike, sempre. Lo vide agitarsi un po', come davanti ad un grande nemico, come ansioso di andarsene ed insieme eccitato da quella cosa sempre in movimento.
Poi si fermarono un attimo, lui le fu di fronte. Guardandola negli occhi le porse il pacchetto legato con lo spago.- Tieni. Questa è per te. Viene da Marsiglia. - disse con una voce lenta e profonda, come se ogni parola fosse un macigno. - Così ti ricorderai di me quando non ci sarò più. - aggiunse.Lei rimase stupita. Sia perché lui non faceva mai regali, sia perché quel pacchetto arrivava da molto lontano, da un posto di cui non aveva nemmeno sentito parlare. Le ultime parole non l'avevano preoccupata molto. Il suo uomo diceva sempre che un giorno non sarebbe tornato e lei sapeva che era abbastanza grande e grosso da poter badare a se stesso.
Aprì il pacchetto con tranquillità e trepidazione. Dentro c'era quella bambola così reale e graziosa, coi suoi capelli ordinati, il sorriso dolce, il vestito pulito e leggero. In qualche modo le assomigliava, se solamente avesse avuto l'abitudine a curarsi e vestirsi un po' meglio.Quello era stato il suo ultimo regalo. Non perché lui se ne fosse andato o l'avesse abbandonata. Semplicemente un giorno la sua nave non aveva fatto più ritorno. Nessuno sapeva il perché, o nessuno gliel'aveva mai voluto dire. Sembrava che attorno a lei, da un giorno all'altro, si fosse creata una cortina di frasi dette a mezza bocca, mezze verità, sguardi indiscreti e qualche battuta fra comari. Erano in molti a non capire perché non avesse mai cercato un altro uomo o almeno accettato la corte di qualcuno di quei ricconi che le ronzavano attorno. In fondo era una bella ragazza e si era ritrovata sola ancora molto giovane.Quello che non sapevano è che nessuno mai avrebbe potuto reggere il confronto con la bellezza di quell'ultimo giorno col suo uomo. Lei non avrebbe potuto dimenticare quelle ultime ore passate accanto a Mike. Non le avrebbe dimenticate fino a quando ci fosse stata quella bambola coi capelli ordinati e il viso dolce a ricordargliele. A ricordarle il caldo e forte abbraccio del suo uomo.

by RuadelleStelle

2.10.12

L'attesa

Un raggio di sole illuminava un’orchidea. Era domenica e il profumo di quel fiore sembrava più intenso. La scrivania era ordinata, come sempre negli ultimi tempi. I colori tutti in fila, le matite temperate, le penne tutte al loro posto, perfino i pennini puliti, lindi e messi in ordine.

La macchina da scrivere, una vecchia Lettera 32, occupava il centro del tavolo. Il nastro era nuovo, preso da un mucchio di nastri comperati da un robivecchi in un mercatino del centro città, a pochi passi dalla casa.

Luciana la fissava, come faceva ogni giorno da tempo. Aveva deciso di iniziare ad usarla, finalmente. Aveva in mente un romanzo da scrivere, uno di quei romanzi d’amore in cui la protagonista aspetta che lui la vada a salvare. Non da un drago, rinchiusa in una torre d’avorio, addormentata perché punta da un arcolaio. Si limitava ad immaginare un riccone grasso e lurido che aveva chiuso lo spirito di lei in un universo di grettezza dorata. Lui un artista giovane ed aitante, dai modi garbati e gli occhi sognanti.

Poi però, quando si trattava di iniziare a scrivere, c’era sempre qualcosa che glielo impediva. Un giorno pensava che quella trama non era realistica, che un artista non è quasi mai aitante e soprattutto i poeti non brillano per coraggio e sprezzo del pericolo. Un altro giorno pensava che, in fondo, alla giovane garbava la vita in quella prigione dorata fatta di macchine lussuose e caviale e che lasciare tutto per uno spiantato non era la migliore delle idee. Un altro giorno si era accorta che doveva fare la spesa, pagare le bollette, passare dalla sorella che era tanto che non vedeva, portare l’auto dal gommista. Insomma, ormai erano mesi che quella macchina da scrivere era al centro del tavolo e ancora doveva accertarsi che fosse funzionante.

La macchina apparteneva a sua madre. Ricordava quando da piccola la vedeva china a scrivere. Soprattutto la notte. Durante il giorno portava con sé un taccuino dalla copertina di pelle morbida in cui prendeva appunti. Alla sera trovava il tempo per mettersi alla scrivania. Una piccola luce le illuminava il foglio che in poco tempo da bianco come la neve si screziava di parole nere come il carbone. Così nascevano le storie. Racconti per delle riviste femminili, favole per bambini, talvolta un saggio breve. Sua madre scriveva di tutto e lo faceva con una tale facilità che sembrava fosse la cosa più naturale del mondo. C’era da chiedersi come mai non lo avesse fatto per lavoro.

Così Luciana aveva riesumato quella macchina durante il trasloco nel suo nuovo appartamento, sperando quasi che custodisse il segreto del successo, come una lampada di Aladino. All’inizio era convinta che, seduta difronte alla Lettera 32 con una risma di fogli nuovi, tutta la magia sarebbe scaturita da sola. Non fu così, almeno il primo giorno. E nemmeno il secondo. E nemmeno il terzo. E nemmeno i giorni a seguire. La magia non c’era. Le idee erano molte, ma erano confuse e disordinate. Aveva pensato che il disordine della scrivania non fosse d’aiuto e aveva iniziato a mettere tutto al proprio posto, con una precisione maniacale. Quindi aveva dato la colpa al tempo, alla noia, alla mancanza di stimoli e aveva agito di conseguenza.

Ormai ci stava rinunciando. Anche se non aveva voluto ammetterlo a se stessa. Si trascinava vicino alla scrivania. Guardava le foto, sfogliava una rivista, poi usciva a fare la spesa. Ma quel giorno era domenica. I negozi erano chiusi. Era ormai pomeriggio inoltrato, uno di quei pomeriggi bui di inizio novembre. Fuori era freddo e non aveva voglia di uscire. La tv era vuota ed aveva già bevuto un tè.

Fu proprio quello il momento in cui la sua storia ebbe un sussulto. Il telefono squillò e  Luciana non se ne accorse subito. A parte sua sorella e qualche raro amico, nessuno la chiamava. Si svegliò dal torpore con cui fissava il tavolo e prese la cornetta in mano.

Era Fabio, un vecchio amico dell’università. Non si vedevano da molto. A dire il vero Luciana aveva una cotta per lui, ma non gliel’aveva mai detto. Non che fosse un adone e a dire il vero anche lei non era la ragazza più bella del quartiere. Ma erano due tipi carini a modo loro e soprattutto avevano personalità da vendere. Fabio si era laureato con il massimo dei voti, i professori gli avevano stretto la mano mentre lei lo guardava orgogliosa da lontano. L’ultimo ricordo che aveva di lui era proprio il giorno della laurea: al centro dell’attenzione, a bere e cantare in un bar. Un ultimo abbraccio, prima di ripartire, prima che le loro strade si dividessero. Almeno fino a quel momento.

Fabio era tornato in città. Glielo stava dicendo al telefono con un po‘ di incertezza e di imbarazzo. Aveva ancora quella voce chiara e cristallina, allegra. Chissà se era dimagrito o ingrassato, chissà se portava gli occhiali con la stessa montatura di un tempo, chissà se aveva perso i capelli o se erano ancora lunghi sulla nuca.

Luciana si stava facendo mille domande mentre dall’altro capo del filo il suo vecchio amico, per cui aveva tanto gioito e sofferto, le stava chiedendo di uscire per una birra, sempre se la sua proposta non fosse inopportuna. Era sempre stato così, un po‘ timido ed un po‘ galante. E come si faceva a rifiutare ad una proposta del genere?

Lei raccontò brevemente gli ultimi 3 anni della sua vita. La laurea, la scomparsa della madre, il matrimonio della sorella, la nuova casa. Tre anni passati, in definitiva, ad aspettare quella telefonata. Solamente quel momento. Accettò l’appuntamento e riattaccò. Fabio la salutò con una risata.

Il cuore le palpitava un poco. Pensò che aveva poco tempo per fare una doccia, sistemare i capelli, depilarsi, truccarsi. Guardò verso la scrivania. La luce era accesa sulla Lettera 32 che brillava leggermente. La stava chiamando.

Al diavolo le calze velate e la mini gonna, adesso aveva qualcosa da scrivere. E doveva farlo subito.

La macchina iniziò a ticchettare.

Ruadellestelle

11.9.12

La Postina_

Buon Martedì Pomeriggio, Amici!

Come accennavo un paio di post più sotto, sono in ostinata e ansiosa attesa di qualcosa che sembra non voler arrivare. Ho consegnato un documento che aspetta in risposta un altro documento, che ovviamente è essenziale per la compilazione di un altro documento. Ora non so se scaricare la colpa alla burocrazia o sulla distanza, eppure la strada da casa mia a Firenze mi sembra facilmente percorribile in meno di tre settimane!

A parte questi piccoli dettagli, quello che voglio raccontarvi oggi è il fantastico legame che io e la mia Postina abbiamo instaurato in questi ultimi tempi. Il caso ha voluto che nelle ultime tre settimane (il suddetto tempo di attesa) fossi sempre presente a casa, in un orario compreso tra le 10.30 e le 12.30, lo stesso orario di consegna della posta 

"dalle 10.30 alle 12.30 tutti i giorni, sabati e festivi inclusi"


e insomma ogni giorno, con ditino tutt'altro che leggero sul citofono, la postina sganassava il campanello con una suonata lunga almeno due secondi, che le orecchie rotolavano a terra e il cane della vicina sfiatava per l'attacco di panico. Alla lunga potrei dire che c'avesse preso gusto, di tutti i 18 interni della mia scala il mio è l'unico citofono che l'attraesse sinceramente, spesso oltre a "c'è postaaaa..." con vocetta stridula di inculcava nell'orecchio la rischiesta di scendere "c'è da firmaaree!!" con tono discendente e prolungato sulla e finale. Raccomandata o no, io scendevo sempre, era chiaro che stessi aspettando qualcosa con estrema ansia.

Un giorno mi sono avventurata in un "c'è altro?", prima occhiataccia per la domanda fondamentalmente idiota con risposta implicita del tipo "se la tua cassetta è vuota tu che dici? Pigliati 'sta raccomandata e schizza in ascensore" poi uno sguardo alla mia firma, una spulciatina alle altre buste e la vera risposta "aspetti qualcosa?" e lì occhiata da parte mia con sottotitolo "no, lo chiedevo perchè avevo voglia di vedere se sei una postina attenta, magari c'è dell'altro, tu l'hai nascosto e giochiamo alla caccia al tesoro". Poi la risposta cortese "veramente sì..." Si appoggia al muro e mi fa "che cos'è?". Avrei voluto risponderle "una lettera", ma ho avuto rimorso solo perchè era ora di pranzo e lei lavorava ancora. "Un documento dell'Università". Occhio scintillante il suo, sorriso sicuro e petto in fuori. "Ne ho consegnate tantissime in questa settimana, la tua ancora non c'è, ma ne ho consegnate molte" Io incredula, occhio a cuore, mezzo palmo tra me e il pavimento "Da Firenze?!" Come se qualcuno avesse spento la luce. "Ah no, da Camerino, da Firenze non è arivato niente."  Un guizzo, neanche mezzo saluto ed è svanita nel corridoio dei fondaci, che da accesso alla scala accanto.

Io sono rimasta interdetta almeno per tre giorni, sguardo incredulo, bocca da ebete, narici dilatate.

Quello è stato l'episodio che a mio avviso ha scaturito nella mia Postina un senso di onnipotenza, un potere scaturito dalla sua sacca magica contenente la posta del quartiere. Da lì ha cambiato atteggiamento, ha sviluppato una sorta di sadismo contro i contribuenti in attesa di notizie.

Ormai ha preso a citofonare con costanza, tutti i giorni, mi chiama "Cara" "Stella" "Tesoro" e puntualmente mi dice "Scendi?!" io scendo sempre in preda alla furia, sai che è il giorno della lettera, perchè se lo sa e ti ha citofonato pensi che sia arrivata, tanto la guarda sempre prima la posta lei, sa a chi è indirizzata e da dove viene. Caspita è la volta buona. Ruzzolo letteralmente giù dalle scale e mi preso con la manina tesa e il fiatone "E' arrivata?" Tento di dire.

"No." La guardi con occhio vitreo "E' che in questa lettera per tuo padre hanno sbagliato il numero civico, pensi che sia comunque per lui?"

...

Ho avuto la suddetta reazione per i primi due o tre giorni della scorsa settimana, poi ho realizzato che la Postina è sadica più di quei serial killer improbabili di una serie a caso di C.S.I., rimani di stucco, è normale.
E come reazione incontrollata ho preso a trovare una serie di mirabolanti scuse per evitarmi le scale e l'incontro con la Sadica Postina, mi mancano ancora la gamba di legno e il morbillo, poi penso di averle usate tutte.
Come oggi, quando la postina ha suonato e ha detto "Posta! E' meglio se scende Sara" (Ah sì, mi chiama per nome...) "C'è da firmare?" "No." "Lasci lì, grazie, sto effettuando un esperimento sulla capacità di un toast alla senape di attaccarsi al soffitto." Non ha detto più nulla, spero l'abbia preso anche lei come un gioco.
Per carità, non sono una cattiva persona, cerco solo di preservare il suo sadismo per qualche altro contribuente in frenetica attesa, non vorrei approfittarmene troppo!

Tra l'altro, come la storia di "A Lupo A Lupo" insegna, oggi c'era della posta per me.
Ovviamente non era  quella posta, ma quel famoso pacchetto con dentro i Washi Tape che avevo acquistato un paio di settimane fa.
Ho già iniziato a testarli, insieme alle nuove collane fatte di t-shirt di cui ho messo il tutorial, purtroppo non ci sono insta-foto, visto che il mio iphone è temporaneamente ko, ma in compenso ho riesumato il Signor Nikon, che è pronto a tornare alla carica.



Ma voi? Mai stati vittime dei Sadici Postini???

.S



4.9.12

Alla Luce del Sole

Quella goccia di sudore che le sta scendendo lungo la schiena le da fastidio. E' sempre la solita goccia di sudore, alla fine della giornata, un attimo prima del tramonto. Nessuno suda mai a quell’ora, ma Alex ha quella compagna, precisa come un orologio, puntuale come un uomo dannatamente pignolo.

Alex è una donna strana. E' sempre la prima ad arrivare in spiaggia. Mentre i bagnini aprono il bar e spazzano il pavimento, lei si incamminava verso l’ombrellone che le prepara il ragazzo. La veste sgargiante le svolazza attorno mentre va a sdraiarsi sul lettino. Gli occhiali grandi e scuri brillano alla luce del sole. Le rughe attorno alla bocca simulano una mezza smorfia che può essere un sorriso oppure un ghigno. Le unghie laccate di rosso sfiorano la borsa. Qualche istante dopo Alex è sdraiata e dorme. Ogni tanto, durante la giornata, riemerge dal suo sonno, chiama un bagnino e si fa portare da bere. Acqua e succhi prima, vino e cocktail dopo pranzo.

Alex non è come quelle famiglie che arrivano dopo di lei. Il marito sulla sedia a leggere il giornale, la moglie a ciarlare con le compagne di ombrellone di quel vip in vacanza ad Ibiza e loro no, sole con un marito insopportabile su quella pidocchiosa spiaggia senza nessun calciatore cui ronzare attorno. E intanto i figli piccoli sul bagnasciuga a fare castelli e tuffi. Alex è differente anche da quei ragazzi che arrivano dopo le undici, con gli occhi ancora rossi da una nottata insonne, tutti alla ricerca di una storia d’amore o almeno una notte in compagnia per non svegliarsi soli in un letto troppo grande. Quei ragazzi che raccontano le loro avventure cercando approvazione negli occhi degli altri, sperando in una battuta, un momento di gloria che inseguono da anni. O quelle ragazze con il trucco, i pantaloncini attillati e la fissa per il fisico perfetto da mostrare in spiaggia, e nessun libro nella borsetta. Alex sembra avere sulle sue spalle un peso più grande di lei, il peso di un’esperienza troppo forte per la sua età. Non ha bisogno di libri, Alex. Ha la sua storia scritta sulla pelle.

Tutti lo sanno. Il mare un’ora prima del tramonto è il migliore. Eppure è proprio quello il momento in cui le spiagge si svuotano. Le madri tornano a casa per preparare la cena, i padri fanno la doccia ai figli e cercano una partita in tv. I ragazzi mostrano per un’ultimo istante i pettorali e tirano dentro la pancia, poi come galli cedroni rientrano per profumarsi e mettere il gel sulla cresta. Le ragazze cinguettano e volano via. Rimane solo qualche vecchio cotto dal sole. Si alza una brezza leggera. È questo il momento in cui Alex sente quella goccia lungo la schiena.

Ogni giorno alla stessa identica ora.

È stata lei a dirmelo, una volta che si è avvicinata al bancone. Aveva voglia di parlare. Con la sua voce leggera me lo ha sussurrato. Si è tolta i grandi occhiali da sole e lo ha detto. Della goccia. L’ha definita ‘il ricordo’. Lo so, è una cosa insolita che una donna ti parli di una goccia di sudore. Ma lei lo ha fatto come se fosse una verità indiscutibile, come se fosse una cosa normale. E io le ho creduto. Avrei creduto qualsiasi cosa dopo aver guardato nei suoi occhi. Non saprei nemmeno dire di che colore siano. So solamente che mi è mancato il respiro e l’ho vista andar via.

Alex sparisce ogni sera. Qualche istante prima che il sole cali all’orizzonte. Nessuno sa dove abiti, da dove venga, cosa le piaccia. Nessuno l’ha mai vista in costume o senza occhiali. Indossa sempre la stessa veste ampia, arriva sempre poco dopo l’alba e va via prima del tramonto. Tanti mi hanno chiesto se so qualcosa di lei, rapiti dalla sua bellezza e dal suo mistero. In molti hanno provato a parlarle, a seguirla, a conoscerla meglio, ma nessuno c’è riuscito. Potrei fare un elenco di chi le si è avvicinato. Un centinaio fra laureati, artisti locali, impiegati, ricchi di famiglia, giovani perdigiorno, uomini aitanti e muscolosi, pallidi intellettuali, filosofi da strapazzo e ragazzi di borgata, cervelloni e sportivi. Credo non abbia risposto a nessuno. Mai. Lei ha solamente il suo ‘ricordo’.

Forse Duilio, il ragazzo che le prepara l’ombrellone e le porta da bere, ne sa qualcosa in più. Ma è muto come un pesce e non ne parla con nessuno. Quanto a me, ho visto una volta i suoi occhi, e mi basta.



Ruadellestelle


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Alla luce del sole

Alla luce del sole

 

Quella goccia di sudore che le sta scendendo lungo la schiena le da fastidio. E' sempre la solita goccia di sudore, alla fine della giornata, un attimo prima del tramonto. Nessuno suda mai a quell’ora, ma Alex ha quella compagna, precisa come un orologio, puntuale come un uomo dannatamente pignolo.

Alex è una donna strana. E' sempre la prima ad arrivare in spiaggia. Mentre i bagnini aprono il bar e spazzano il pavimento, lei si incamminava verso l’ombrellone che le prepara il ragazzo. La veste sgargiante le svolazza attorno mentre va a sdraiarsi sul lettino. Gli occhiali grandi e scuri brillano alla luce del sole. Le rughe attorno alla bocca simulano una mezza smorfia che può essere un sorriso oppure un ghigno. Le unghie laccate di rosso sfiorano la borsa. Qualche istante dopo Alex è sdraiata e dorme. Ogni tanto, durante la giornata, riemerge dal suo sonno, chiama un bagnino e si fa portare da bere. Acqua e succhi prima, vino e cocktail dopo pranzo.

 

Alex non è come quelle famiglie che arrivano dopo di lei. Il marito sulla sedia a leggere il giornale, la moglie a ciarlare con le compagne di ombrellone di quel vip in vacanza ad Ibiza e loro no, sole con un marito insopportabile su quella pidocchiosa spiaggia senza nessun calciatore cui ronzare attorno. E intanto i figli piccoli sul bagnasciuga a fare castelli e tuffi. Alex è differente anche da quei ragazzi che arrivano dopo le undici, con gli occhi ancora rossi da una nottata insonne, tutti alla ricerca di una storia d’amore o almeno una notte in compagnia per non svegliarsi soli in un letto troppo grande. Quei ragazzi che raccontano le loro avventure cercando approvazione negli occhi degli altri, sperando in una battuta, un momento di gloria che inseguono da anni. O quelle ragazze con il trucco, i pantaloncini attillati e la fissa per il fisico perfetto da mostrare in spiaggia, e nessun libro nella borsetta. Alex sembra avere sulle sue spalle un peso più grande di lei, il peso di un’esperienza troppo forte per la sua età. Non ha bisogno di libri, Alex. Ha la sua storia scritta sulla pelle.

 

Tutti lo sanno. Il mare un’ora prima del tramonto è il migliore. Eppure è proprio quello il momento in cui le spiagge si svuotano. Le madri tornano a casa per preparare la cena, i padri fanno la doccia ai figli e cercano una partita in tv. I ragazzi mostrano per un’ultimo istante i pettorali e tirano dentro la pancia, poi come galli cedroni rientrano per profumarsi e mettere il gel sulla cresta. Le ragazze cinguettano e volano via. Rimane solo qualche vecchio cotto dal sole. Si alza una brezza leggera. È questo il momento in cui Alex sente quella goccia lungo la schiena.

Ogni giorno alla stessa identica ora.

 

È stata lei a dirmelo, una volta che si è avvicinata al bancone. Aveva voglia di parlare. Con la sua voce leggera me lo ha sussurrato. Si è tolta i grandi occhiali da sole e lo ha detto. Della goccia. L’ha definita ‘il ricordo’. Lo so, è una cosa insolita che una donna ti parli di una goccia di sudore. Ma lei lo ha fatto come se fosse una verità indiscutibile, come se fosse una cosa normale. E io le ho creduto. Avrei creduto qualsiasi cosa dopo aver guardato nei suoi occhi. Non saprei nemmeno dire di che colore siano. So solamente che mi è mancato il respiro e l’ho vista andar via.

 

Alex sparisce ogni sera. Qualche istante prima che il sole cali all’orizzonte. Nessuno sa dove abiti, da dove venga, cosa le piaccia. Nessuno l’ha mai vista in costume o senza occhiali. Indossa sempre la stessa veste ampia, arriva sempre poco dopo l’alba e va via prima del tramonto. Tanti mi hanno chiesto se so qualcosa di lei, rapiti dalla sua bellezza e dal suo mistero. In molti hanno provato a parlarle, a seguirla, a conoscerla meglio, ma nessuno c’è riuscito. Potrei fare un elenco di chi le si è avvicinato. Un centinaio fra laureati, artisti locali, impiegati, ricchi di famiglia, giovani perdigiorno, uomini aitanti e muscolosi, pallidi intellettuali, filosofi da strapazzo e ragazzi di borgata, cervelloni e sportivi. Credo non abbia risposto a nessuno. Mai. Lei ha solamente il suo ‘ricordo’.

Forse Duilio, il ragazzo che le prepara l’ombrellone e le porta da bere, ne sa qualcosa in più. Ma è muto come un pesce e non ne parla con nessuno. Quanto a me, ho visto una volta i suoi occhi, e mi basta.