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5.6.13

sapori perfetti

Mescolava ingredienti, miscelava farine e zuccheri, univa uova, lieviti, canditi, cioccolato, succo di limone, marmellate di ogni tipo, granelle, nocciole e mandorle, formaggi dolci, polveri e tanto altro. In poche parole faceva dolci.
Altre volte, invece, metteva sulla padella un semplice soffritto a cui poi univa erbette aromatiche come il timo, l'erba cipollina, la mentuccia, la menta o il basilico. Poi aggiungeva un piccolo pezzo di carne a rosolare, delle verdure a stufare, delle patate per farle dorare, un pesce minuscolo per renderlo unico.
Ancora amava fare dei sughi succulenti e gustosi. Con le verdure, con il pomodoro appena passato, con la conserva che faceva personalmente in casa nel mese di agosto. Tante bottiglie allineate che le avrebbero fatto comodo per tutto l'anno.
Aggiungeva sempre qualche spezia. Un sale aromatizzato, una foglia di basilico, un po' di senape, un goccio di tabasco.
Scolava la pasta e decorava il piatto con pazienza e gusto. Poi arrivava alla tavola apparecchiata e si metteva a mangiare con lentezza, assaporando un boccone dopo l'altro.
Affinava il suo palato con l'esperienza e la pazienza. Aspettando di creare il piatto perfetto, per poi passare a quello successivo. Inventando sapori, decorazioni, formule. Talvolta cercava ispirazione, altre volte era fantasia pura, senza alcun controllo, senza alcuna razionalità. E quelle erano le serate migliori.
Si perché cucinava sempre di sera. Quando era stanca ed un po' sfatta, ma si concedeva quel momento solamente per se.
Quella sera era più stanca del solito. Avrebbe voluto cucinare qualcosa di buono, qualcosa di perfetto, che le avrebbe risollevato la giornata e reso allegra la serata.
Ma ciò di cui aveva bisogno era solamente un po' di compagnia. Una persona a cui raccontare la sua stanchezza, con cui condividere la propria esperienza. Con cui alleggerirsi un po'.
In casa, come al solito, non c'era nessuno. Prese qualcosa dal frigorifero, si stese sul divano e sognò il giorno in cui avrebbe condiviso i suoi sapori (quasi) perfetti con l'uomo della sua vita.


tm ruadellestelle

9.4.13

Possibilità

Poteva avere tutti i trofei del mondo, tutti i riconoscimenti erano alla sua portata. Poteva fare della propria vita quello che voleva. Non era stretta da alcun legame. Avrebbe scelto cosa fare domani, dopodomani o in un lontano futuro.
Poteva uscire a festeggiare con gli amici, ridere a crepapelle circondata da persone simpatiche, fare un viaggio intorno al mondo, decidere di collezionare monete o conchiglie, fare la ricercatrice o la giornalista, lavorare in fabbrica oppure in campagna, aprire uno studio, fare l’avvocato o l’architetto, vivere ancora con i suoi genitori o trasferirsi in un luogo lontano e ricominciare tutto da zero. Imparare un’altra lingua o altre cento, scrivere libri o dipingere quadri, prendere appunti o tenere tutto a mente, farsi guidare dalla razionalità o dalla passione, fare sport di ogni tipo o essere sedentaria.
Lo sapeva che toccava a lei decidere. Quella era la sua vita. Aveva mille possibilità. Tutte ugualmente entusiasmanti.

Quella sera era lì, seduta comodamente in riva al mare, con i piedi nella sabbia ancora fredda, i pantaloni lunghi, una maglietta e una giacca che la coprissero dal freddo.
Era esattamente nel posto dove voleva essere, nel momento giusto. Guardava la luna pallida e chiara che illuminava le onde che si muovevano senza sosta. Il rumore la cullava eternamente come quando era piccola.
Sentiva dentro di sé la calma che aveva tenuto lontano per molto tempo. Era vero, davanti a lei c’era tutto. Alle sue spalle il passato. Ma ora era nel presente.
La luna, la sabbia fredda, il mare in continuo movimento. E la calma nel cuore.
Era tutto perfetto.

Ci mise un secolo prima di lasciare quel posto. Ma aveva un bel sorriso quando si alzò.



Made in Ruadellestelle

12.3.13

Il Torsosnello e i Filiponti

Sulla collina il sole sorgeva ogni giorno dolcemente riempiendo di tenui colori tutta la vallata. Un grande torsosnello la dominava, annunciando l'arrivo di una nuova giornata. La sua chioma era ampia e voluminosa, di un verde acceso in primavera, rossastra in autunno e violacea in inverno. I rami nodosi si disperdevano ai quattro angoli del cielo, tesi verso l'infinito.
Una sera d'autunno una coppia di fliponti si appollaiò stancamente su uno di essi. Erano alla ricerca di un nido per il loro amore. Il torsosnello scostò una fronda e mostrò loro una nicchia nel tronco dove sarebbero stati al caldo per l'inverno. I due ringraziarono con un profondo inchino e si diressero al riparo dove trovarono rametti e cibo.
Fu un autunno lungo, pieno di colori romantici e tempo per arredare la nuova casa. Usarono foglie di ogni tipo e le loro penne, mentre il torsosnello portò in regalo un cuscino di piume d'oca ed un piccolo lume per le serate romantiche.
L'inverno arrivò tardi ma non fece mancare il freddo. Nelle giornate tiepide i fliponti andavano in cerca di cibo, in quelle più fredde rimanevano al chiuso, presi a coccolarsi. Lei amava le storie d'amore che lui le raccontava mentre lui si lasciava coccolare dai suoi racconti di tragiche eroine medioevali. Ogni tanto ricevevano amici, altri coinquilini che quel magnifico albero ospitava fra i rami. Un paio di volte ci furono feste con suoni e danze al lume di candela.
Con la primavera arrivò una gradita sorpresa: il nido ospitava due uova. Lei le covava con dedizione e amore, lui si dava da fare per non farle mancare nulla. Era orgoglioso e felice, mentre i campi diventavano sempre più verdi, il sole più caldo e l'aria più odorosa.
In una notte magica, quella in cui i fosconi delle andurie che vivono alle radici del torsosnello cantano stupende canzoni d'amore, le uova si schiusero e nacquero i due piccoli fliponti e fu tutto un pigolio. Anche dagli altri nidi, magicamente, si levarono voci nuove. Decine di uccelli maschi si gettarono ai piedi dell'albero per prendere i fiori canterini che si facevano cogliere per fare serenate alle neo mamme. I pulcini pigolavano, i fiori cantavano, i maschi stringevano le proprie femmine con amore e più di una lacrima luccicò in quella sera di vita.
Non c'era tempo per dormire. Dopo qualche ora i nuovi papà si ritrovarono su un grande ramo. Chi beveva qualcosa, chi parlava, tutti ridevano e sorridevano. Le mamme avevano una nuova luce negli occhi.
Quella primavera trovò il torsosnello che pullulava di vita. Gli scoiattoli andavano su e giù per il tronco,fliponti, elifonti e mercegalli riempivano i nidi, oltre che altre decine di uccelli e specie di vita molto differenti.
L'albero cercava di nutrire tutti, cullava i pulcini con le sue grandi foglie e giocava con loro. Nei giorni di pioggia si ripiegava in se stesso creando dei ripari. Quando i piccoli erano ormai cresciuti, iniziarono a darsi appuntamento in una zona verso la cima della pianta dove la sera si potevano ammirare romantici tramonti e cantare a squarciagola senza disturbare nessuno.
La notte, al canto dei gufi, tanti andavano in coppie sui rami più lontani a guardare le stelle e rimanere abbracciati.
Con l'estate gli amori si erano fatti più caldi. Si cercava un po' di frescura al lago e ci si presentava alla famiglia.
Poco prima dell'autunno gli abitanti del torsosnello ripartirono, tutti insieme. Pulirono il nido per gli ospiti che sarebbero arrivati, si salutarono e volarono via, ognuno per la propria destinazione.
In uno stormire di ali infinito, la stagione era terminata.
Il torsosnello si sentì un po' solo. Sgranchì rami e foglie, si pettinò. Decise che aveva vissuto in quella valle per troppo tempo. Tirò su le sue radici e decise di andare in un posto più freddo, che quell'anno aveva voglia di neve, colori più intensi ed un bel camino acceso.

13.2.13

Il torsosnello

Il torsosnello è un albero dei più strani. Da lui non sai mai cosa aspettarti. E' capace di ospitare decine di famiglie di uccelli fra i suoi rami creando condomini di nidi ben organizzati, far fiorire nei pressi delle sue radici degli odorosissimi cimerli bianchi e i pregiatissimi fosconi delle andurie che per una notte all'anno cantano canzoni d'amore e recitano poesie con un fil di voce, capaci di far sciogliere anche il più duro dei cuori.

Il torsosnello può avere tante dimensioni. Può crescere a dismisura verso l'alto o rimanere piccolo come un bonsai e diffondere un leggero profumo di violetta. Alle volte piega i suoi rami per fare ombra dalla calura estiva ai viandanti che si riparano sotto di lui, ma può anche dare vita ad un dolce vento primaverile o riparare dalla pioggia intrecciando appositamente rami e foglie. A chi gli è più simpatico regala oggetti di ogni tipo che nasconde fra le fronde o frutti in tutte le stagioni. Alle volte banane, altre volte mele e pere, le sue preferite, ma anche arance e fragole.
L'ho detto, il torsosnello è imprevedibile. Bisogna fare attenzione a stargli antipatico. In questi casi è capace di scrollare litri d'acqua lungo la schiena in una giornata fredda, tirare bucce di banana sull'asfalto e noci di cocco in testa. Toglie l'ombra nei giorni di sole o ferma il vento nei giorni afosi.

Una volta dei bambini chiamarono un torsosnello in loro aiuto perché un vecchio rancoroso non li faceva giocare nel cortile del palazzo, affacciandosi e urlando ai quattro venti. L'albero si travestì da tiglio e andò a sistemare la situazione. Il vecchio ci mise un po', ma dopo una settimana smise di urlare e comprò un pallone nuovo ai ragazzi, fissò un paio di porticine ai muri e chiese al portinaio se si poteva fare qualcosa per quelle fastidiose buche sul selciato. Lo videro nascondersi sotto il tiglio a ridere e chiacchierare. Qualcuno pensò che aveva perso la bussola, ma in realtà aveva conosciuto un nuovo amico. Puliva la panchina per gli innamorati e le signore con le carrozzine, offriva il tè freddo per ripararsi dall'arsura e sorrideva molto più di prima.

Trovare e riconoscere un torsosnello è praticamente impossibile se lui non vuole. Sia perché è abilissimo nei travestimenti, sia perché non esistono sue foto o disegni per descriverlo. Non compare nei libri di botanica e, per sua scelta, nemmeno nei documentari del National Geographic.

Si racconta che ogni anno sotto natale, un gruppo di torsosnelli appositamente addestrati si travestono da alberi di natale. Si truccano con festoni, palle colorate, rinverdiscono i propri colori come se fosse primavera e si piazzano nelle case dove i bambini più poveri non hanno nemmeno un piccolo albero di plastica. La notte del 24, magicamente, sfoggiano doni di ogni tipo. Giocattoli, morbidi peluche, bambole, trenini e piccole marionette per ogni età. Ai più grandi regalano cesti di frutta, salami, pane caldo e una speranza per un futuro migliore.
In fondo il torsosnello è fatto così, non può tirarsi indietro quando vede qualcuno in difficoltà. La sera del 25 prendon su e scompaiono in un baleno.

#ruadellestelle

4.1.13

Fra i monti

C'è chi riesce a percorrere tutta la vita la stessa strada, coccolato dalla sicurezza della routine. Giulia non era quel tipo di persona. Si sentiva oppressa quando non poteva ascoltare il suo cuore.

Quel vecchio paio di scarponi che erano ai piedi del letto l'avevano accompagnata lungo la strada. Era come se potessero parlare. I lacci logori, la suola consumata, i piccoli buchi sui fianchi. Li teneva sempre vicino, pronti all'uso.

Amava la montagna e amava passeggiare, mettersi alla prova, fare lunghe camminate che agli altri sembravano interminabili. Ma non era una questione di fisico. Cercava di raggiungere se stessa, testare i propri limiti, i propri confini. Adorava conoscersi a fondo, sapere chi fosse, dove stesse andando. L’aria pura, la fatica fisica, il cielo sopra la testa, la facevano sentire leggera ed entusiasta.
Arrivare sul punto più alto e sapere di avercela fatta. Era tutto li. Guardare verso il basso, verso quei pochi amici che la accompagnavano o verso la vallata che giaceva immobile eppur brulicante ai suoi piedi. In quei momenti si sentiva capace di tutto. E tutto aveva voglia di fare.
Purtroppo c'era il lavoro, ogni giorno. Ritmi noiosi e ripetitivi, soffocata in una città tentacolare che non le dava amore, soddisfazione, pace.

Poi arrivò quel giorno, che sembrava scritto sulla pagina del suo destino come impresso sull’albero maestro di un veliero. Era partita da sola per un'escursione mentre gli amici erano indaffarati a preparare pacchetti natalizi.
Ugualmente non si era arresa, aveva preso lo zainetto, i soliti scarponi e una macchina fotografica che aveva acquistato a poco prezzo. Aveva pensato di iniziare un nuovo sentiero, mai percorso prima. Voleva una cima nuova, stavolta. Camminò per tre ore prima di fermarsi la prima volta solo per bere un po‘ d’acqua e mangiare una tavoletta di cioccolato. La neve rallentava il cammino. Aveva pensieri per la testa, sempre i soliti. E si sentiva sola. Ce la mise tutta per arrivare in cima ma si accorse tardi che stava facendo buio. E al buio, in montagna, ci si perde facilmente.
Non aveva il telefono con sé per non disturbare la natura e in ogni caso non voleva chiedere aiuto come una principiante. Doveva cavarsela da sola.
Iniziò la discesa ma dopo un’ora aveva definitivamente perso la strada. Vedeva le luci della valle tremolare sotto di lei. Scese ancora, ma il senso di smarrimento aumentava.
Fu in quel momento che vide una luce non troppo lontana. Una piccola baita di montagna che sembrava a portata di mano. Nel buio riusciva a distinguere il profilo di una casa in legno e muratura e una stalla dietro di essa. Le sembrava di sentire dei muggiti. Decise che doveva provare, per non pentirsene.
Così conobbe Marc. Era nella stalla e stava curando le mucche, le capre e i piccoli conigli. Alto, con una barba castana, una camicia pesante e dei pantaloni logori. Viveva lì da alcuni anni. Gli mostrò gli animali e glieli fece accarezzare. Giulia sentì addosso quel profumo di natura che non avrebbe dimenticato. Marc era taciturno, forse poco abituato a parlare. Ma sapeva farsi capire benissimo. Pensò che sapeva farsi sentire.
Dopo aver finito nella stalla, la accolse in casa e le offrì un decotto caldo di erbe e una parte della sua cena. Lei accettò volentieri, con gli occhi che vagavano fra le scarne pareti di quella baita così calda. Marc si cambiò e l’accompagnò in paese. Gulia non sapeva cosa fare, come ringraziarlo. Se sarebbe bastato un grazie, se sarebbe stato opportuno invitarlo un giorno per una cena in città. Ma sembrava tutto così scontato e così povero in confronto a quello che lui le aveva inconsapevolmente regalato. Cosa puoi dire ad un uomo che sembra intagliato da un tronco d'albero?
Lo abbracciò forte, senza una parola.

La settimana dopo Giulia si ripresentò da Marc, anche se non fu affatto facile ritrovare la baita. Aveva uno zaino più capiente, un maglione pesante, un po’ di cibo per la cena. Arrivò alla casa, andò a salutarlo fugacemente nella stalla e si diresse in cucina. Appese un piccolo quadro in un angolo con il disegno di una mucca stilizzata ed iniziò a preparare la cena. Ce la mise tutta, anzi ci mise tutto quello che sentiva dentro. Solamente dopo un’ora ebbe il tempo per distrarsi un attimo, lasciò i fornelli e andò verso il tavolo per apparecchiare. Lì vide un piccolo vaso, con una stella alpina ed un biglietto. Sopra c'era scritto: “Da sette giorni ti aspettiamo. Prenditi cura di noi” e una M come firma.
Rimase senza fiato per qualche secondo. Poi iniziarono a scendere calde lacrime sul suo viso. Finalmente aveva trovato casa.

Adesso la stella alpina è incorniciata in un quadro. Ogni mattina, quando si alza dal loro letto caldo, Giulia la guarda, ricordando quanta felicità riempie il suo cuore. Va in cucina, prepara la colazione e la porta a Marc, ovunque sia a lavorare. E per un lungo istante si guardano negli occhi.

#ruadellestelle

4.12.12

la pioggia

Si era chiesto fino ad allora a cosa servissero i mercoledì pomeriggio. Stavano lì, nel mezzo della settimana e non riusciva a viverli in alcun modo. Era sempre al lavoro, sotto un cielo di lamiera a smuovere sacchi pesanti. Un lavoro fisico, che gli induriva i muscoli ogni giorno di più e lo faceva dormire pesantemente la notte. Doveva molto a quel lavoro. Era arrivato in quella città meno di un anno prima, non conoscendo nemmeno una parola di italiano. Eppure aveva voglia di lavorare, e ne aveva bisogno.
Aveva iniziato con quello che capitava. Non voleva lavori illegali, ma nei primi tempi si era adattato a vendere le rose la notte, gli accendini e i calzetti il giorno. Aveva messo da parte qualche spiccio, trovato una camera con qualche altro straniero e si era impegnato a imparare la lingua. Comperato un vestito nuovo, si era presentato nelle fabbriche. Dopo qualche tentativo, aveva trovato il suo posto. Era un buon lavoratore e nonostante il colore della pelle, aveva fatto amicizia con gli altri operai. I proprietari della fabbrica si fidavano, lo pagavano regolarmente e quei soldi erano preziosi. Aveva cambiato appartamento, sempre rimanendo in periferia, ma i suoi nuovi coinquilini erano meno numerosi e più puliti.

Ogni giorno di lavoro era un passo in avanti verso il suo sogno.

Quel mercoledì era una giornata particolarmente calda. Niente in confronto al caldo del suo paese. Ma c'era una strana elettricità nell'aria.
In casa non c'era nessuno. Il frigo era quasi vuoto e da bere c'era solo acqua di rubinetto. Se ne versò un bicchiere. Aveva sete e si era appena alzato. La maglietta che indossava come pigiama era zuppa di sudore. Si sedette sul tavolino della cucina a guardare due vecchie foto. La prima raffigurava una donna abbondante, anziana che in un vestito nero debordava dignità e allegria. Gli occhi erano scuri e fieri, pieni d'orgoglio. Nella seconda foto c'era una donna più giovane e snella, con un bel vestito colorato a strisce orizzontali che ne fasciava i fianchi. I capelli neri e crespi erano raccolti con una fascia di cotone e il sorriso le faceva brillare gli occhi.
Erano le donne della sua vita. Sua madre e sua moglie. Erano le ultime due persone che gli erano rimaste, dopo che il padre ed i fratelli più grandi erano o morti o scomparsi, inghiottiti dal mondo. Viveva per loro, per la donna che gli aveva donato la vita e quella che gli aveva donato l'amore. Un anno prima, quando era partito, lo aveva fatto per restituire qualcosa per i doni che aveva ricevuto.
Stava mettendo da parte i soldi per farsi raggiungere, non ne mancavano molti.
Era tanto che non vedeva i loro visi.Telefonava, scriveva lettere e si informava su come andavano le cose dalle sue parti. La madre e la moglie vivevano insieme, in una piccola casa in una piccola città. In poco tempo sarebbero arrivate da lui, per stare insieme in un piccolo appartamento di una piccola città.
Sollevò la testa dalle foto, sentiva il cuore gonfio. Allargò le narici e odorò l'aria. Sembrava stesse per piovere. L'odore di umidità era forte, si sentivano dei tuoni in lontananza, il cielo era diventato color piombo. Si avvicinò alla finestra per vedere le prime gocce cadere sul selciato. Dalle sue parti quella pioggia era una benedizione dal cielo. Le terre arse le aspettavano per mesi, chiedendo un po' di vita, poi per qualche settimana non faceva altro che piovere a dirotto.
Anche lì dove viveva ora, quell'acqua era molto attesa. Iniziò all'improvviso. Gocce grandi e abbondanti che in pochi minuti formarono una parete attraverso la quale era impossibile vedere.
L'acqua puliva tutto. Le strade polverose, le aiuole, le macchine arrugginite, i marciapiedi pieni di cartacce e foglie. Guardava quella scena così viva e così strana che gli procurava gioia. L'acqua iniziava a riempire le strade, i marciapiedi erano dei piccoli fiumiciattoli ed in un minuto i tombini erano intasati, formando delle grandi e larghe pozze in cui le macchine navigavano lentamente alzando ondate di fango. Dalla sua casa partiva una lunga scalinata in discesa. Ad ogni ripido gradino l'acqua aumentava di portata, potenza e velocità. Alla fine una gigantesca cascata riversava il suo contenuto sulla strada.
Si tolse la maglia, si passò una mano sul viso, lentamente. Si avvicinò alla porta e l'aprì. Guardò per qualche istante fuori, respirando quella nuova aria umida e più fresca. In lontananza alcuni anziani armati di pale cercavano di liberare i tombini e far defluire l'acqua. Fece un passo verso la scalinata ed iniziò a sentire le grandi gocce infrangersi sul suo corpo e rinfrescarlo. Guardò il cielo e si sentì un po' di più vicino a casa. Le sue donne gli mancavano.
Decise di uscire e godersi quel momento.

#ruadellestelle

6.11.12

la bambola spagnola

La piccola bambola di pezza era lì, poggiata sul letto. Era una bambola semplice, delicata con la sua pelle di coccio e i suoi vestiti chiari. I capelli marroni erano radunati sotto un ampio cappello rosa. Le sembrava impossibile che quello fosse stato un regalo di suo marito. Erano passati anni da quando Mike le aveva dato quel pacchetto da scartare. Ancora ricordava quel momento.

L'odore di salsedine, la sabbia sotto i piedi e quel vento freddo che cercava di entrare sotto il maglione pesante da uomo che indossava. Era un sabato mattino. Mike era tornato a dormire a casa, a notte fonda. Lei si alzò presto, in silenzio, per rigovernare la casa, come faceva ogni giorno, che lui ci fosse oppure no. Non aveva fatto alcun rumore, ma lui si svegliò ugualmente, lentamente, senza fretta. La raggiunse in cucina dove stava rassettando. Non lo aveva visto, percepì semplicemente la sua presenza. Era un uomo grande e grosso e molto probabilmente oscurava il sole ovunque passasse.Lei non disse nulla ma iniziò a preparare il caffè, lungo e bollente, e quei biscotti secchi che piacevano al suo uomo.Lui si accomodò sulla sedia buona del tavolino quadrato della cucina, una sedia che comunque faceva fatica a sostenere il suo peso.Fecero colazione insieme, quasi in silenzio, scambiando sguardi intensi. Lui si alzò, la guardò negli occhi, le prese la mano facendola alzare. Le carezzò la nuca, dolcemente. Le mani di lei si intrecciarono sul petto di lui, stringendo i muscoli. Si scambiarono un bacio appassionato. La sua pelle era sapida, i suoi muscoli erano tesi, il corpo di lei era in attesa spasmodica da molto, troppo tempo.

Più tardi tornarono in cucina. Lui le sfiorò una spalla, facendola rabbrividire ancora una volta. La sua bocca si avvicinò al suo orecchio e le propose sottovoce di andare a passeggiare sulla spiaggia. Era una strana richiesta, la sua. Non voleva mai andare al mare con lei. Lavorava tutti i giorni dell'anno su una barca e quando stava a casa non voleva nemmeno avvicinarsi all'acqua. Le loro brevi e fuggevoli vacanze erano sempre in altri luoghi. Ma quel giorno voleva andare a passeggiare in riva al mare. Per lei era sempre un'idea piacevole. Una camminata in un luogo speciale, così stranamente romantico. In inverno spesso camminava da sola lungo la battigia, guardando le onde morire sulla sabbia, sperando di riuscire a vedere la barca di Mike al largo, sperando di vederla rientrare presto in porto. Non accadeva quasi mai e lei tornava ancora il giorno dopo.

Andarono sulla spiaggia, Mike con un pacchetto chiuso con lo spago sotto il braccio e lei con la sua maglia di lana indosso. La giornata era nuvolosa, l'orizzonte grigio non prometteva nulla di buono. Tirava un'aria fredda e il mare era mosso. Sugli scogli la schiuma disperdeva la sua forza in tanti flutti più piccoli.

Camminarono a lungo, abbracciati e stretti per tenersi caldo. Una ciocca di capelli sulla fronte non la smetteva di ricaderle davanti agli occhi. Parlarono di tutto tranne che del mare. Quello era lì accanto a loro e dentro Mike, sempre. Lo vide agitarsi un po', come davanti ad un grande nemico, come ansioso di andarsene ed insieme eccitato da quella cosa sempre in movimento.
Poi si fermarono un attimo, lui le fu di fronte. Guardandola negli occhi le porse il pacchetto legato con lo spago.- Tieni. Questa è per te. Viene da Marsiglia. - disse con una voce lenta e profonda, come se ogni parola fosse un macigno. - Così ti ricorderai di me quando non ci sarò più. - aggiunse.Lei rimase stupita. Sia perché lui non faceva mai regali, sia perché quel pacchetto arrivava da molto lontano, da un posto di cui non aveva nemmeno sentito parlare. Le ultime parole non l'avevano preoccupata molto. Il suo uomo diceva sempre che un giorno non sarebbe tornato e lei sapeva che era abbastanza grande e grosso da poter badare a se stesso.
Aprì il pacchetto con tranquillità e trepidazione. Dentro c'era quella bambola così reale e graziosa, coi suoi capelli ordinati, il sorriso dolce, il vestito pulito e leggero. In qualche modo le assomigliava, se solamente avesse avuto l'abitudine a curarsi e vestirsi un po' meglio.Quello era stato il suo ultimo regalo. Non perché lui se ne fosse andato o l'avesse abbandonata. Semplicemente un giorno la sua nave non aveva fatto più ritorno. Nessuno sapeva il perché, o nessuno gliel'aveva mai voluto dire. Sembrava che attorno a lei, da un giorno all'altro, si fosse creata una cortina di frasi dette a mezza bocca, mezze verità, sguardi indiscreti e qualche battuta fra comari. Erano in molti a non capire perché non avesse mai cercato un altro uomo o almeno accettato la corte di qualcuno di quei ricconi che le ronzavano attorno. In fondo era una bella ragazza e si era ritrovata sola ancora molto giovane.Quello che non sapevano è che nessuno mai avrebbe potuto reggere il confronto con la bellezza di quell'ultimo giorno col suo uomo. Lei non avrebbe potuto dimenticare quelle ultime ore passate accanto a Mike. Non le avrebbe dimenticate fino a quando ci fosse stata quella bambola coi capelli ordinati e il viso dolce a ricordargliele. A ricordarle il caldo e forte abbraccio del suo uomo.

by RuadelleStelle

2.10.12

L'attesa

Un raggio di sole illuminava un’orchidea. Era domenica e il profumo di quel fiore sembrava più intenso. La scrivania era ordinata, come sempre negli ultimi tempi. I colori tutti in fila, le matite temperate, le penne tutte al loro posto, perfino i pennini puliti, lindi e messi in ordine.

La macchina da scrivere, una vecchia Lettera 32, occupava il centro del tavolo. Il nastro era nuovo, preso da un mucchio di nastri comperati da un robivecchi in un mercatino del centro città, a pochi passi dalla casa.

Luciana la fissava, come faceva ogni giorno da tempo. Aveva deciso di iniziare ad usarla, finalmente. Aveva in mente un romanzo da scrivere, uno di quei romanzi d’amore in cui la protagonista aspetta che lui la vada a salvare. Non da un drago, rinchiusa in una torre d’avorio, addormentata perché punta da un arcolaio. Si limitava ad immaginare un riccone grasso e lurido che aveva chiuso lo spirito di lei in un universo di grettezza dorata. Lui un artista giovane ed aitante, dai modi garbati e gli occhi sognanti.

Poi però, quando si trattava di iniziare a scrivere, c’era sempre qualcosa che glielo impediva. Un giorno pensava che quella trama non era realistica, che un artista non è quasi mai aitante e soprattutto i poeti non brillano per coraggio e sprezzo del pericolo. Un altro giorno pensava che, in fondo, alla giovane garbava la vita in quella prigione dorata fatta di macchine lussuose e caviale e che lasciare tutto per uno spiantato non era la migliore delle idee. Un altro giorno si era accorta che doveva fare la spesa, pagare le bollette, passare dalla sorella che era tanto che non vedeva, portare l’auto dal gommista. Insomma, ormai erano mesi che quella macchina da scrivere era al centro del tavolo e ancora doveva accertarsi che fosse funzionante.

La macchina apparteneva a sua madre. Ricordava quando da piccola la vedeva china a scrivere. Soprattutto la notte. Durante il giorno portava con sé un taccuino dalla copertina di pelle morbida in cui prendeva appunti. Alla sera trovava il tempo per mettersi alla scrivania. Una piccola luce le illuminava il foglio che in poco tempo da bianco come la neve si screziava di parole nere come il carbone. Così nascevano le storie. Racconti per delle riviste femminili, favole per bambini, talvolta un saggio breve. Sua madre scriveva di tutto e lo faceva con una tale facilità che sembrava fosse la cosa più naturale del mondo. C’era da chiedersi come mai non lo avesse fatto per lavoro.

Così Luciana aveva riesumato quella macchina durante il trasloco nel suo nuovo appartamento, sperando quasi che custodisse il segreto del successo, come una lampada di Aladino. All’inizio era convinta che, seduta difronte alla Lettera 32 con una risma di fogli nuovi, tutta la magia sarebbe scaturita da sola. Non fu così, almeno il primo giorno. E nemmeno il secondo. E nemmeno il terzo. E nemmeno i giorni a seguire. La magia non c’era. Le idee erano molte, ma erano confuse e disordinate. Aveva pensato che il disordine della scrivania non fosse d’aiuto e aveva iniziato a mettere tutto al proprio posto, con una precisione maniacale. Quindi aveva dato la colpa al tempo, alla noia, alla mancanza di stimoli e aveva agito di conseguenza.

Ormai ci stava rinunciando. Anche se non aveva voluto ammetterlo a se stessa. Si trascinava vicino alla scrivania. Guardava le foto, sfogliava una rivista, poi usciva a fare la spesa. Ma quel giorno era domenica. I negozi erano chiusi. Era ormai pomeriggio inoltrato, uno di quei pomeriggi bui di inizio novembre. Fuori era freddo e non aveva voglia di uscire. La tv era vuota ed aveva già bevuto un tè.

Fu proprio quello il momento in cui la sua storia ebbe un sussulto. Il telefono squillò e  Luciana non se ne accorse subito. A parte sua sorella e qualche raro amico, nessuno la chiamava. Si svegliò dal torpore con cui fissava il tavolo e prese la cornetta in mano.

Era Fabio, un vecchio amico dell’università. Non si vedevano da molto. A dire il vero Luciana aveva una cotta per lui, ma non gliel’aveva mai detto. Non che fosse un adone e a dire il vero anche lei non era la ragazza più bella del quartiere. Ma erano due tipi carini a modo loro e soprattutto avevano personalità da vendere. Fabio si era laureato con il massimo dei voti, i professori gli avevano stretto la mano mentre lei lo guardava orgogliosa da lontano. L’ultimo ricordo che aveva di lui era proprio il giorno della laurea: al centro dell’attenzione, a bere e cantare in un bar. Un ultimo abbraccio, prima di ripartire, prima che le loro strade si dividessero. Almeno fino a quel momento.

Fabio era tornato in città. Glielo stava dicendo al telefono con un po‘ di incertezza e di imbarazzo. Aveva ancora quella voce chiara e cristallina, allegra. Chissà se era dimagrito o ingrassato, chissà se portava gli occhiali con la stessa montatura di un tempo, chissà se aveva perso i capelli o se erano ancora lunghi sulla nuca.

Luciana si stava facendo mille domande mentre dall’altro capo del filo il suo vecchio amico, per cui aveva tanto gioito e sofferto, le stava chiedendo di uscire per una birra, sempre se la sua proposta non fosse inopportuna. Era sempre stato così, un po‘ timido ed un po‘ galante. E come si faceva a rifiutare ad una proposta del genere?

Lei raccontò brevemente gli ultimi 3 anni della sua vita. La laurea, la scomparsa della madre, il matrimonio della sorella, la nuova casa. Tre anni passati, in definitiva, ad aspettare quella telefonata. Solamente quel momento. Accettò l’appuntamento e riattaccò. Fabio la salutò con una risata.

Il cuore le palpitava un poco. Pensò che aveva poco tempo per fare una doccia, sistemare i capelli, depilarsi, truccarsi. Guardò verso la scrivania. La luce era accesa sulla Lettera 32 che brillava leggermente. La stava chiamando.

Al diavolo le calze velate e la mini gonna, adesso aveva qualcosa da scrivere. E doveva farlo subito.

La macchina iniziò a ticchettare.

Ruadellestelle